Medicina forense umanitaria a protezione dei diritti umani dei migranti

ANSA


Pubblicato il 29/09/2017
Ultima modifica il 29/09/2017 alle ore 07:49

Abusi, stupri, torture, violenze di ogni tipo. Segni sul corpo (e nella psiche) che raccontano da soli storie dolorose. Storie che facciamo fatica anche solo ad immaginare, e da ricostruire con un lavoro difficile e delicato di interpretazione. Negli ultimi anni la medicina forense umanitaria è venuta incontro alle esigenze di medici, psichiatri, mediatori culturali, nel tentativo di valutare le narrazioni dei migranti, dei rifugiati politici, delle persone che chiedono asilo perchè riferiscono di aver subito violenze o torture nel paese di origine. In tali casi è fondamentale verificare la coerenza tra le tracce che si possono riscontrare sul corpo ed il racconto, come pure la conoscenza del contesto culturale e delle pratiche di violenza e tortura dei territori di provenienza.  

 

Il tema della medicina forense umanitaria, di grande attualità, che attualmente impegna una parte sempre più consistente della medicina legale, ha destato un notevole interesse al recente Congresso Europeo di Medicina Interna, organizzato dall’EFIM, Federazione Europea di Medicina Interna (dal 31 agosto al 2 settembre 2017, presso l’Università degli Studi di Milano).  

 

Docenti, esperti e rappresentanti delle principali associazioni umanitarie si sono confrontati sul complesso problema del trattamento degli immigranti e richiedenti asilo, alla luce sia delle analisi condotte su segni ed esiti di torture, sia della stima dell’età degli immigrati, utile per accertare l’estensione della protezione internazionale.  

 

«Si tratta - ha sottolineato nella sua relazione al Congresso la professoressa Cristina Cattaneo, direttore del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense ) dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Milano - dell’applicazione della medicina e della scienza per la protezione dei diritti umani e l’individuazione della loro violazione. Per la determinazione dello stato di Rifugiato in particolare e per ottenere la protezione necessaria, la medicina forense è importante per la rilevazione di traumi recenti o passati». 

 

Se l’esame sui corpi di persone sopravvissute ad eventi dolorosi necessita di essere il meno possibile invasivo per non creare un ulteriore traumatismo fisico e psichico, l’esame medico legale sui corpi straziati senza vita e senza nome restituiti dai grandi e piccoli naufragi, provenienti dai centri di tortura sistematica o l’autopsia sulle vittime di strupri e abusi sessuali mantiene in pieno la sua valenza umanitaria. Tutti hanno diritto ad avere riconosciuta un’identità e una storia personale e familiare. In questo caso l’obiettivo è dare un nome ai migranti che trovano la morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e non solo ad essi, ma anche alle vittime sconosciute di violenze di ogni tipo. 

 

La professoressa Cattaneo ha contribuito all’elaborazione di uno strumento di lavoro fondamentale per la ricerca delle persone scomparse: una scheda (Risc) dove sono annotati i dati salienti di un cadavere senza nome (segni sul corpo, otturazioni dentarie, ecc.). La scheda, trasmessa a una banca dati nazionale, viene incrociata con le informazioni sulle persone scomparse. Di recente, su richiesta della Croce Rossa internazionale, la professoressa Cattaneo ha promosso una collaborazione tra le autorità che si occupano di immigrazione nei Paesi del Mediterraneo allo scopo di creare schede tecniche analoghe alla Risc e incrociarle con i database inernazionali (istituzionali o informali) sulle persone scomparse. 

 

Nel corso del Congresso il tema delle migrazioni è stato ripreso da un’altra angolazione. Significativo l’intervento del professor Pietro Amedeo Modesti del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università di Firenze su l’importanza della “Salute degli immigrati e delle minoranze etniche: una sfida per l’Europa”. 

 

«Nel 1990 - ha esordito il professor Modesti - poco più del 2% della popolazione in Italia era nata al di fuori dell’UE. Al 1° gennaio 2016 le persone residenti nell’UE-28 e nate al di fuori dell’UE erano 35,1 milioni. Dal 2000 al 2009 l’aumento più consistente dei residenti nati all’estero si è riscontrato in Spagna (da 820.000 a 5.663.000) e in Italia (da 1.270.000 a 4.235.000). Nel nostro Paese i migranti sono una popolazione globale in espansione di crescente importanza sociale, demografica e politica e il tasso di immigrati nel numero totale di residenti attualmente supera il 10% in regioni come Lombardia, Emilia Romagna e Toscana». 

 

«In molti Paesi europei - ha spiegato - la prevalenza di ipertensione, diabete, malattia renale cronica, obesità e sindrome metabolica è risultata più elevata nella maggior parte dei gruppi etnici rispetto alla popolazione nativa. I soggetti provenienti dall’Africa sub-sahariana e dall’Asia meridionale si trovano infatti ad avere un rischio maggiore di ictus e di insufficienza renale rispetto agli europei nativi». Tali dati impongono dunque alla comunità scientifica internazionale di agire di più per raggiungere un buon controllo dei fattori di rischio. 

 

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