In un documentario la Ferrari che ha cambiato la storia della Formula 1

Al cinema dal 9 ottobre racconta la celebre 312B fra passato e presente.


Pubblicato il 02/10/2017
Ultima modifica il 02/10/2017 alle ore 11:44

Anche i motori sono composti della materia di cui sono fatti i sogni. Quello della Ferrari 312B lo era di certo. Il V12, un motore progettato in origine per una fabbrica aeronautica, per poter stare nell’ala di un aereo. La Ferrari 312B, che debutta in Formula Uno 1970, è opera di Mauro Forghieri, ingegnere e capo progettista della Ferrari, che l’aveva proposta al Drake, il leggendario Enzo Ferrari, due anni prima, per rilanciare la scuderia di Maranello. Nasce così una delle auto più belle e potenti della Ferrari che negli anni Settanta dominerà la Formula Uno, con 37 vittorie, quattro titoli costruttori e tre mondiali piloti. 

 

E nel 2014 Paolo Barilla, vicepresidente dell’azienda che porta il suo cognome e con un buon passato da pilota (nel 1985 ha vinto la 24ore di Le Mans) acquista la Ferrari 321B e decide di riportarla in pista, a Montecarlo, nel Gran Premio Formula Uno d’epoca che precede quello “ufficiale”, affidandola allo stesso Forghieri e al team di meccanici di Motortecnica, guidato da Stefano Calzi.  

 

Il film “Ferrari 312B”, diretto da Andrea Marini al cinema dal 9 all’11 ottobre (ma entro l’anno uscirà nel resto d’Europa, in America e in Asia) racconta in parallelo la storia della macchina nel passato e il tentativo di farla tornare in pista, con interventi di ex campioni, come Jackie Stewart, Jackie Ickx, Niki Lauda (che con quell’auto ha vinto i mondiali del 1975 e del 1977), e i più giovani Gerhard Berger e Damon Hill, di giornalisti specializzati come Giorgio Terruzzi e dello stesso Mauro Forghieri, vera leggenda della Formula Uno che, come ha detto Terruzzi, “è lui stesso un mito a se stante, parallelo a quella della Ferrari.” 

 

Un film appassionante, che in alcune sale esce nello splendore dei 4K, con una risoluzione superiore di quattro volte alle normali proiezioni 2K, per meglio mostrare la spettacolarità delle corse. «Fare un campionato di Formula Uno è molto pesante» ci dice Forghieri. «Ci sono gli sponsor, è vero, ma non coprono tutti i costi, bisogna vincere o almeno essere competitivi». 

 

Fa impressione vedere le immagini d’epoca, di come allora non ci fosse la safety car e le auto proseguissero la corsa anche se altre si scontravano e si incendiavano. La morte era accettata, faceva parte del rischio. «Nel 1968 era morto Jim Clark» dice Jackie Stewart nel filmato. «E ci dicevamo: se è capitato a lui, che era un fenomeno, può capitare a tutti». 

 

Clark aveva vinto ben 25 gare. 

«La Formula 1, in quanto sport estremo, ha sempre spinto ad andare al massimo, verso una sorta di confine dentro il quale ci sono sempre state delle tragedie» ci dice Terruzzi che nel 1970 aveva dodici anni ed era già appassionato di Formula Uno. «Adesso la tecnologia aiuta i piloti, la sicurezza è molto aumentata. Ma resta uno sport pericoloso. E devi comunque essere un fenomeno per guidare un’auto di Formula Uno». 

 

«La morte di Ayrton Senna nel 1994 ha cambiato tutto» aggiunge Forghieri. «Quando muore un tale campione, muore tutto quello che ruota attorno a lui. La sicurezza doveva aumentare, e non solo per ragioni umanitarie». Il mondiale del 1970 è davvero particolare. Il leader della classifica, il tedesco Jochen Rindt, muore durante le prove del Gran Premio di Monza, ma il giorno dopo è grande festa per la vittoria della Ferrari di Clay Regazzoni (svizzero, ma del Canton Ticino, era considerato italiano dai tifosi). 

 

Alla fine il mondiale darà vinto da Rindt, unico titolo piloti assegnato postumo e al suo diretto antagonista, Jackie Ickx su Ferrari, non dispiacerà troppo la mancata vittoria, visto che erano amici. Preferiamo invece non rivelare cosa ha fatto la Ferrari 312B a Montecarlo, anche se Barilla e Forghieri hanno promesso di tornare a disputarlo. Lo stesso Forghieri, che pure ha vinto moltissimo, è consapevole dell’illusorietà della vittoria. «L’uomo tenta di disporre le cose ma non ci riesce, c’è quasi sempre di mezzo qualcosa che si interpone fra te e la vittoria, che alla fine è abbastanza casuale. E quando c’è qualcuno così superiore agli avversari da vincere sempre, la gente dice: che noia!». 

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