Saviano: “Racconto i boss per vendicarmi delle mafie”

Mercoledì 4 prima puntata di “Kings of Crime”, in onda da un’aula universitaria. “Rischio emulazione? C’è, ma conoscere le loro vite aiuta a vaccinarsi”

Prima serata sul Nove. Qui a fianco Roberto Saviano nello studio (un’aula universitaria) di «Kings
of Crime», che andrà in onda mercoledì alle 21,15 sul canale Nove


Pubblicato il 03/10/2017
Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 02:31
milano

Roberto Saviano torna in tv per raccontare la criminalità organizzata. Ma non è Gomorra. Da mercoledì 4 ottobre sul canale Nove va in onda Kings of Crime, quattro puntate in cui lo scrittore ricostruisce le vite di alcuni boss: il camorrista Paolo Di Lauro, il messicano El Chapo Guzmán, il misterioso capo delle ’ndrine calabre Antonio Pelle. E intervista il collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri. Una produzione italiana che il gruppo Discovery ha destinato a un’audience internazionale.  

 

Saviano, è la prima volta che per la tv sceglie il racconto documentario. Kings of Crime quanto è figlio di Gomorra e quanto dei suoi primi scritti?  

«Tra le due cose c’è una continuità totale. Prima di Gomorra non avevo questa propensione alla serialità, che è continuità e approfondimento, possibilità di andare oltre l’allarme o il semplice fatto di cronaca. Qui rimane in me l’istinto all’intrattenimento che emoziona e cattura ma collocato in una scatola scientifica. Anche per questo il mio racconto è ambientato in un’aula universitaria».  

 

Un’aula universitaria, con un pubblico di ventenni ad ascoltarla.  

«L’Università dice che la tua non è “fabula”, dà un’aura di scientificità: io metto insieme storie attraverso documenti e testimonianze. I giovani invece sono il pubblico a cui mi voglio rivolgere. Il genere crime li affascina. La serie tv The Walking Dead mostra che schifo sia l’uomo quando non ci sono più regole. Nel mio programma quelle dinamiche vengono mostrate senza la mediazione della finzione. Il mondo è una merda infinita, complicatissimo da capire. Con questa serie, al di là della morale, posso fornire le chiavi per comprenderne i meccanismi. Che è poi la conquista del potere, e non l’accumulo dei soldi. C’è differenza tra “chi conta i soldi” e “chi li pesa”. E pesare i soldi significa pensare al potere».  

 

Non c’è rischio di emulazione?  

«Un rischio che corro continuamente, lo so. Il fascino dei personaggi è l’esca che uso per tenerti nel racconto. Se segui fino in fondo il percorso di queste vite criminali non puoi che uscirne vaccinato: mostro esistenze ascetiche, di persone che vivono quasi come reclusi, che hanno il denaro ma non lo usano (non nel senso che intendiamo noi), persone destinate a fini violente e premature. Insomma: se segui quella strada vuol dire che sei già dentro a quel mondo».  

 

Sta per uscire il suo nuovo libro, Bacio feroce (12 ottobre, Feltrinelli).  

«Si chiude il ciclo della Paranza dei bambini, che ho introdotto anche in Gomorra, la serie. È il racconto della formazione di una generazione di ragazzini per cui la vita non vale nulla e invecchiare è uno schifo. Li troviamo identici in tutte le periferie del mondo. Morire giovani non spaventa, basta essersela goduta. Ma è una concezione che le mafie tradizionali rifuggono: perché il potere è un meccanismo che va costruito, nel tempo, con pazienza. Pensiamo a Pelle che, quando decise di diventare un boss, sparì letteralmente, facendo vita da recluso per lustri». 

 

Il 17 novembre tocca a Gomorra 3. Mai pensato a un ravvedimento per Ciro e Genny?  

«Non credo nella redenzione. Chi si pente cerca solo di salvarsi la vita. Prestieri, per dire, non è un “pentito etico”: lui stesso dice che rifarebbe tutto. Ma non vuole morire. Non credo nel gesto individuale. Per vincere mafie e capitalismo criminale - che considerano lo Stato solo come un’interferenza nelle loro attività - è necessaria una rivoluzione sociale. In questo Paese o cambiano le regole o siamo finiti. Imitando i modelli del capitalismo, complici le centrali del riciclaggio “istituzionali”, Londra, Lussemburgo, Svizzera..., i boss si sono trasformati in imprenditori di successo. Ecco perché sono loro l’economia vincente».  

 

Mai pensato di scrivere d’altro?  

«Questa è la mia vendetta contro questo mondo. Voglio continuare a essere l’ombra che rovina il racconto edulcorato di sé che le mafie danno. Tenere duro è fondamentale. Agli insulti e alle minacce rispondo con i contenuti. Lanciatemi pure la merda: la merda concima».  

 

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