Latte materno: in assoluto meglio di quello artificiale, perfino se arriva da un’altra madre

Dall’1 al 7 ottobre settimana mondiale per l’allattamento. Impagabili i benefici apportati al neonato. In Italia la pratica è scelta dall’81% delle neomamme
LAPRESSE


Pubblicato il 04/10/2017

Non c’è un’alternativa più efficace. «Il latte materno rappresenta la migliore alimentazione possibile per il neonato», è stata la frase con cui Mauro Stronati, direttore della struttura di neonatologia e patologia neonatale del policlinico San Matteo di Pavia, ha concluso il congresso della Società Italiana di Neonatologia, di cui è presidente. Un messaggio «evergreen», che è risultato però inevitabile vista la coincidenza temporale. L’appuntamento scientifico è terminato a pochi giorni dalla settimana mondiale per l’allattamento materno, in programma dall’1 al 7 ottobre.  

 

I vantaggi di questa scelta sono molteplici: tanto per il neonato quanto per la mamma, che allattando anche oltre lo svezzamento, seppur non in maniera esclusiva, contribuisce in maniera attiva a ridurre il rischio di ammalarsi di tumore al seno, all’ovaio e di osteoporosi. 

 

Anche i prematuri vanno allattati al seno  

La peculiarità dei nutrienti, le componenti enzimatiche e ormonali, i fattori di crescita e anti-infettivi rendono il latte materno un alimento unico: insostituibile per la prevenzione dalle malattie allergiche o comunque mediate dal sistema immunitario, da quelle metaboliche e cardiovascolari. I vantaggi dell’allattamento al seno, da tempo noti per il neonato a termine, sono ormai certi anche nel neonato prematuro. In questo caso il beneficio è ancora maggiore, perché si riduce il rischio di insorgenza di complicanze talora gravi: quali la sepsi, la meningite, l’enterocolite necrotizzante .  

 

Oltre a innescare un miglioramento dello sviluppo cognitivo. Eppure, nonostante gli enormi vantaggi, la percentuale dei neonati pretermine che assume latte materno rimane inferiore rispetto ai nati a termine. Il limite è la conseguenza principalmente della separazione che avviene subito tra la mamma e il neonato, costretto al ricovero nel reparto di terapia intensiva neonatale. Altri elementi che contribuiscono a ridurre l’adesione all’allattamento al seno sono lo stress dovuto alla nascita precoce, le condizioni cliniche della madre e la fisiologica immaturità del neonato prematuro, che non è ancora in grado di alimentarsi al seno. Anche in questo caso l’allattamento è di grande aiuto anche per la mamma, che scopre fin dalle prime ore di vita di suo figlio come possa incidere sul suo benessere, rendendola a tutti gli effetti indispensabile.  

 

E allora, visto il rosario di opportunità, «il primo passo da compiere è consentire ai genitori un libero accesso ai reparti di terapia intensiva neonatale - prosegue Stronati -. In questo modo si dà loro l’opportunità di conoscere il proprio bambino, di avere contatti prolungati con lui e, perché no, di familiarizzare col personale. La montata lattea, condizionata negativamente dallo stress della nascita, può presentarsi a qualunque età gestazionale. Le quantità di colostro prodotto sono il più delle volte sufficienti per iniziare una minima precocissima alimentazione, fondamentale nei neonati critici». 

 

L’allattamento al seno in Italia  

Secondo l’Istat, in Italia la quota delle mamme che allatta al seno il proprio bambino è da tempo stabile attorno all’81 per cento. Risulta invece cresciuta la durata media del periodo di allattamento, che è passata dai 6,2 mesi del 1999-2000 ai 7,3 mesi del 2004-2005: biennio a cui fanno riferimento gli ultimi dati disponibili. Ma in realtà, dietro al dato complessivo, ci sono profonde differenze geografiche. In testa ci sono le donne venete e friulane: oltre l’86 per cento allatta al seno i propri bambini e, all’incirca una su tre, lo fa per sette mesi o più. La percentuale più bassa di donne che allattano (74,2 per cento) si è registra invece nelle isole, soprattutto in Sicilia, dove è bassa anche la quota di mamme che allatta per più di sei mesi (26,6 per cento). Allattano di più le donne che hanno un titolo di studio più alto (86,4 per cento) e la quota tra le meno istruite è invece sensibilmente più bassa della media (76,1 per cento). La pratica dell’allattamento risulta più diffusa tra le donne che partecipano a corsi di preparazione al parto, così come tra coloro che hanno già allattato un precedente figlio. 

 

Meglio il latte donato di quello artificiale  

Quando il latte materno, nel primo periodo dopo il parto, non è subito disponibile, il latte umano donato può essere considerato alla stregua di un farmaco essenziale, soprattutto per i neonati più fragili: ovvero quelli con un peso alla nascita inferiore a 1,5 chilogrammi, ricoverati in terapia intensiva. Nonostante il trattamento termico, necessario per inattivare batteri e virus, ne alteri parzialmente le proprietà biologiche e nutrizionali, il latte umano donato rappresenta la prima scelta nutrizionale nel pretermine, secondo solo a quello della propria madre.  

Twitter @fabioditodaro  

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