Alla scoperta della Slovenia lungo i suoi vitigni

Si chiama Rebula ed è il Ribolla italiano: un concentrato di storia e sapori

Il vitigno Rebula


Pubblicato il 08/10/2017
Ultima modifica il 08/10/2017 alle ore 07:15

Il vitigno Rebula è come le donne slovene, deciso e diretto: è sicuro di sé, è verità e sensualità. È bellezza. Per troppi anni, e forse tuttora, parlando della Ribolla, Rebula per gli sloveni, il primo pensiero è la linea di confine che separa due Paesi, uniti, però, da uno stesso territorio vinicolo: il Collio Goriziano del Friuli Venezia Giulia e il Brda sloveno che si fondono.  

 

Ma chi ha detto che la Ribolla deve avere una bandiera? Se le frontiere non esistono per i sentimenti, non possono esistere neanche per il vino, che di più prezioso ha il mistero. Non è dato sapere come sarà una bottiglia finchè non la si stappa. È capitato che andassi in Slovenia per assaggiare la carne degli orsi che la popolano, per sedere alla tavola della celebre cuoca Ana Ros (ristorante Hiša Franko) o per inebriarmi nelle romantiche ville attorno al Lago di Bled. E se il viaggio fosse invece scelto per scoprire la sua esistenza enoica? Detto fatto. 

Addio ai confini 

 

È stata organizzata la prima International «Rebula Masterclass» nell’antica Vila Vipole (un tempo residenza di caccia dei conti di Gorizia), un’immersione nel vitigno che più rappresenta questo luogo, la Ribolla. È bastato essere qui per capire che il confine per eccellenza, che divideva l’Italia dalla Slovenia, oggi è solo un brutto ricordo. Percorrendo le vie vinicole da Gorizia verso la Slovenia, le frontiere non esistono più. Oggi ci sono le strade dei ciliegi e ci si accorge di varcare i confini solo grazie ad un cartello che indica «Slovenia». 

 

Gli ordinati filari convivono qui e là con boschi e frutteti lungo le colline. Qui si susseguono 22 mila ettari tra le tre principali aree vinicole (Podravje, Posavje e Primorska) e se ne contano circa 2 mila nella regione di Brda. Non solo Rebula, ma anche Sauvignonasse, Chardonnay e Pinot grigio. Le Alpi Giulie placano i freddi venti di Nord-Est e il vicino mare Adriatico emana le sue brezze. 

 

La vera ricchezza, però, è nel sottosuolo formato dalla famosa «ponca», la roccia di origine oceanica composta da marna e arenaria stratificate, friabile e tenera, ricca di sostanze minerali, qui essenziale per donare ai vini carattere e forza. 

Josko Gravner, dal profilo austero, è il produttore diventato famoso nel mondo per il suo credo basato sul rispetto della terra contro ogni moda, nonchè per le sue anfore caucasiche con cui produce vini di assoluto pregio. Quindici ettari a cavallo dei due Paesi, da cui derivano i vini-simbolo di una viticoltura intelligente e sobria. Priva di qualunque confine è anche la nuova etichetta Sinefinis, un 100% Ribolla gialla che accomuna Collio friulano e Brda sloveno grazie all’idea di creare uno spumante con metodo classico che matura sui lieviti per 24 mesi. 

 

Aziende familiari  

E, ancora, l’azienda Zanut con una produzione ampiamente diversificata, in cui spicca la grandiosa Rebula 2003 da annoverare negli annali, un vino di grande longevità prodotto dalla coppia Borut e Mateja in una piccola azienda familiare. Anche l’azienda Medot, nel cuore del Brda, in appena tre ettari, sorprende con i suoi vini tutti spumanti, metodo classico, capaci di distinguersi e distaccarsi dalla tradizionale produzione legata ad altre tipologie produttive. 

Sono soltanto alcuni esempi che aiutano a capire quanto questa terra sia variopinta e cangiante, colma di personalità e degna di essere capita e assaggiata. 

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