Paul Auster, tutti-per-tutti a casa Ferguson

In anteprima il nuovo romanzo-fiume 4 3 2 1: racconta le quattro vite possibili di uno stesso protagonista

4 3 2 1 , di Paul Auster, esce oggi per Einaudi nella traduzione di Cristiana Mennella


Pubblicato il 10/10/2017

Secondo la leggenda di famiglia, il nonno di Ferguson partí a piedi da Minsk, sua città natale, con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, viaggiò a Ovest fino ad Amburgo passando per Varsavia e Berlino, comprò il biglietto per una nave chiamata Empress of China che attraversò l’Atlantico in mezzo a violente tempeste invernali ed entrò nel porto di New York il primo giorno del ventesimo secolo. Mentre aspettava di essere interrogato da un funzionario dell’immigrazione a Ellis Island, il nonno di Ferguson attaccò discorso con un altro ebreo russo. Quello gli disse: Scordati il nome Reznikoff. Qui non te ne fai niente. Per la tua nuova vita in America ti serve un nome americano, uno che suona bene in americano. Poiché nel 1900 l’inglese era ancora una lingua straniera per lui, Isaac Reznikoff chiese suggerimento al più esperto e maturo compatriota. Di’ che ti chiami Rockefeller, fece quello. Così vai sul sicuro. Passò un’ora, poi un’altra ora, e quando si accomodò per rispondere alle domande del funzionario, il diciannovenne Reznikoff aveva già dimenticato il nome che gli era stato suggerito da quell’uomo. Nome?, chiese il funzionario. Battendosi la fronte indispettito, lo stanco immigrato se ne uscì in yiddish, Ikh hob fargessen (Non me lo ricordo più)! E fu così che Isaac Reznikoff cominciò la sua nuova vita in America come Ichabod Ferguson. 

 

Questo gli creò parecchie difficoltà, soprattutto all’inizio, ma anche quando non fu più l’inizio, nulla andò come aveva immaginato nel suo paese d’adozione. È vero che riuscì a trovare moglie poco dopo aver compiuto ventisei anni, ed è anche vero che sua moglie Fanny, nata Grossman, gli partorì tre maschi sani e robusti, ma la vita in America continuò a essere una lotta per il nonno di Ferguson, dal giorno in cui scese dalla nave fino alla notte del 7 marzo 1923, quando andò incontro a una morte precoce e inattesa all’età di quarantadue anni, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Chicago, durante una rapina nel magazzino di pelletteria dove lo avevano assunto come metronotte.  

 

Di lui non sopravvive nessuna foto, ma a detta di tutti era un omone con la schiena forte e le mani enormi, senza istruzione, senza una qualifica, la quintessenza del rozzo immigrato. Nel suo primo pomeriggio a New York s’imbatté in un ambulante che vendeva le mele più rosse, più tonde e perfette che avesse mai visto. Incapace di resistere, ne comprò una e l’addentò con ingordigia. Al posto della dolcezza che già pregustava, sentì uno strano sapore amaro. Peggio, la mela era di una morbidezza rivoltante, e appena affondò i denti nella buccia, l’interno del frutto gli colò sul cappotto, una cascata di liquido rossastro punteggiato da una miriade di semi, simili a pallini di piombo. Fu questo il suo primo assaggio del Nuovo Mondo, il suo primo, indimenticabile incontro con un pomodoro del New Jersey.  

 

Non un Rockefeller, dunque, ma un gagliardo lavoratore, un gigante ebreo con un nome assurdo e i piedi sempre in movimento che cercò fortuna a Manhattan e Brooklyn, a Baltimora e Charleston, a Duluth e Chicago, impiegato in varie mansioni, scaricatore di porto, marinaio semplice su una nave cisterna nei Grandi Laghi, addetto agli animali in un circo itinerante, operaio alla catena di montaggio in una fabbrica di lattine, camionista, scavatore, metronotte. Malgrado tutti i suoi sforzi, non guadagnò mai più di qualche spicciolo, perciò l’unica cosa che il povero Ike Ferguson lasciò in eredità alla moglie e i tre figli furono le storie che raccontava sulle sue avventure vagabonde di gioventù. Alla lunga le storie forse valgono quanto i soldi, ma nell’immediato hanno le loro ovvie limitazioni.  

 

L’azienda di pelletteria concordò una piccola cifra con Fanny per risarcirla della perdita, poi lei lasciò Chicago con i ragazzi e si trasferì a Newark, nel New Jersey, su invito dei parenti del marito, che le affittarono l’appartamento all’ultimo piano della loro casa al Central Ward, a un canone mensile simbolico. I figli avevano quattordici, dodici e nove anni. Louis, il maggiore, era da tempo diventato Lew. Aaron, il secondo, dopo averne buscate troppe nel cortile di scuola a Chicago, aveva cominciato a farsi chiamare Arnold, e Stanley, quello di nove anni, era noto come Sonny. Per sbarcare il lunario, la madre lavava e rammendava panni, ma di lì a poco anche i figli iniziarono a contribuire al bilancio domestico, ciascuno con un lavoro dopo scuola, ciascuno consegnandole ogni centesimo guadagnato. Erano tempi duri, e la minaccia della povertà riempiva le stanze dell’appartamento come una nebbia densa, accecante. Non c’era via d’uscita dalla paura, e a poco a poco tutti e tre i ragazzi assorbirono la cupa visione ontologica materna sul senso della vita. Lavorare o patire la fame. Lavorare o finire in mezzo a una strada. Lavorare o morire. Per i Ferguson, l’imbelle concetto di Tutti-per-uno-e-uno-per-tutti non esisteva. Nel loro piccolo mondo era Tutti-per-tutti, o niente. 

 

© 2017 by Paul Auster  

Per gentile concessione di Carol Mann Agency in collaborazione con The Italian Literary Agency  

 

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