Storia di Annina, la via stenografica all’emancipazione

Nata nel 1857 vicino a Ivrea, con la macchina inventata dallo zio fu chiamata a Roma al Senato, dove lavorò con un alto stipendio riuscendo a crescere sei figli

La tessera ferroviaria di «Violetta Annina, stenografa al Senato del Regno». Nata nel 1857 a Quassolo, sopra Ivrea, morì nel 1913.


Pubblicato il 11/10/2017
Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 12:57

Un giorno ricevo una telefonata. È Vittoria Gallina la mia professoressa di storia e filosofia al liceo Tasso di Roma, la persona che mi ha fatto amare la storia e capire la filosofia, ma che, soprattutto, ha seguito sempre con interesse il mio impegno culturale e professionale relativo alla condizione e al lavoro delle donne. Mi dice: «Ti interessa la storia di mia nonna? Non è solo la storia dei piemontesi a Roma». Ci incontriamo e mi racconta che la nonna, Annina Violetta, era entrata a lavorare al Senato del Regno nel 1881, «non come donna delle pulizie» (come ci si potrebbe aspettare in quei tempi), ma assunta come stenografa con «alte competenze» tecniche. Il racconto, che mi affascina subito, è accompagnato da una piccola valanga di documenti (ah! gli archivi di famiglia in cui si conserva il poco e l’assai), che mi permettono di immergermi nella storia di Annina Violetta.  

 

Famiglia contadina

La donna allora era considerata al servizio del capo famiglia. Il Codice di famiglia in vigore dal 1865 prevedeva che le donne non avessero la possibilità di esercitare la tutela sui figli legittimi, e che non potessero neanche essere ammesse ai pubblici uffici. Se guadagnavano soldi, dovevano darli al marito. Differenze salariali enormi, salari femminili poco più della metà di quelli maschili. Questo è il contesto in cui vive Annina. Nasce nel 1857 in un bel paesino sopra Ivrea, Quassolo, che conta 590 anime al censimento del 1881. La sua famiglia era contadina, ma viveva in paese e possedeva un po’ di terra e di animali e produceva anche formaggio, stagionato in una bella cascina vicino a un torrentello, il classico «ciabot» delle campagne piemontesi. 

 

Annina cresce con altre due sorelle, studia e diventa maestra. Anche le sue sorelle studiano. Lei è molto brava a insegnare e ha la fortuna che suo zio, maestro anche lui, sia Antonio Michela Zucco, il geniale inventore di una macchina per la stenografia. Quella che ancora adesso è utilizzata in Senato, seppure modernizzata. Lo zio coinvolge subito la nipote, la forma all’utilizzo della macchina e Annina si specializza con lui senza frequentare nessun tipo di scuola di stenografia. Impara a stenografare in italiano e in francese. Siamo intorno al 1877. In quegli anni a Venezia aprono le prime scuole di stenografia. Annina si specializza e parte con lo zio addirittura per l’Esposizione internazionale di Parigi nel 1878 e successivamente va a quella di Milano, per spiegare ai visitatori il funzionamento della macchina. Emozionatissima, sente la responsabilità, è orgogliosa del suo incarico. 

 

A Parigi non passa inosservata. Lo scrittore e drammaturgo Giuseppe Giacosa ne parla sull’Illustrazione italiana all’interno di un articolo sull’Esposizione: «Alla macchina stenografica del prof. Michela stanno due buone e robuste maestre di un villaggio valdostano [sic], impacciate per la soggezione e giustamente orgogliose dell’utile trovato di un loro vecchio zio».  

 

Il dono della regina

La macchina Michela attira l’attenzione di tanti, anche di Giuseppe Garibaldi che da Caprera nel 1877 aveva scritto «Desidero che l’utilissima scoperta del prof. Michela sia messa in opera». La macchina incuriosisce la regina Margherita che chiede una dimostrazione al professor Michela, Annina fa la presentazione e la regina ne rimane a dir poco entusiasta. Regala ad Annina un prezioso gioiello, un pendente che si apre con una piccola foto della regina. Un gioiello che ancora oggi custodiscono in famiglia le nipoti. 

 

Annina è quasi stordita da questa esperienza, che accade nel giro di pochissimo tempo. Lei è una giovane donna semplice, bella e studiosa, certo poco abituata al successo. Non fa in tempo a riprendersi che le arriva una grandissima notizia. Le chiedono di andare a lavorare a Roma in Senato. Il Senato ha deciso di acquisire la macchina Michela e ha bisogno di qualcuno che sappia maneggiarla e sappia insegnare ad altri a farlo. Annina si trasferisce immediatamente nella capitale: ha appena 22 anni. Entrare a far parte dei dipendenti del Senato era molto difficile e lei entra dalla porta principale, con una funzione altamente specialistica, non certo di secondo piano. Siamo nel 1880. Non sono passati neanche due anni dall’Esposizione di Parigi. Lo stipendio è di 1500 lire annue, l’incarico è di attendere anche alla formazione stenografica degli allievi. Già sette mesi dopo lo stipendio raddoppia a 3000 lire, nel 1896 a 3500, nel 1905 a 3800 e nel 1907 a 4000 lire.  

 

Assunto come allievo stenografo, nel 1883 arriva il suo futuro marito, Edoardo Gallina, laureato in legge, che, entrato dopo di lei, è formato alla sua scuola. Per un lungo periodo è lei a guadagnare più di lui. Edoardo, nato ad Asti nel 1857, diventa stenografo effettivo nel 1888 con 2500 lire di stipendio, più basso di quello di Annina, e nel 1894 ancora a 2750 lire, sempre inferiore a quello di Annina. I due si sposano e hanno sei figli. La prima nel 1888, la seconda nel 1889, l’ultimo nel 1900. Ma come è riuscita ad avere sei figli continuando a lavorare con ritmi non indifferenti, a volte senza orario? 

 

Oltre i pregiudizi

Annina era super-organizzata, come d’abitudine nelle famiglie della borghesia. Aveva una istitutrice per la formazione dei ragazzi, una certa Eufemia Stefani, che passerà poi con lo stesso compito presso la famiglia dei marchesi Sacchetti, balie per tutti i bambini, balie che a quei tempi venivano dalla campagna per guadagnare qualcosa, a Roma soprattutto le ciociare, e due domestiche per le faccende di casa. Altrimenti non avrebbe potuto farcela. La sua vita è stata piena di soddisfazioni. Faticosa, sì, controcorrente, coraggiosa.  

 

Nel 1908 il marito, appartenente a quel ceto di funzionari e magistrati scesi verso Roma e oltre, lungo il percorso dell’unità d’Italia, fa un balzo di carriera e diventa direttore dell’Ufficio Resoconti e delle Sedute pubbliche. Annina un anno dopo, invece, va in pensione per motivi di salute (morirà nel 1913). La sua storia è storia di riscatto sociale, ma soprattutto espressione di grande forza femminile. Forte della sua competenza, rompe tutte le barriere dell’epoca, non molla mai. È vero, deve molto alla genialità dello zio, è stata fortunata, ma il suo talento e la sua determinazione hanno vinto i pregiudizi di un’epoca.  

 

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