GM, Toyota, Bosch e Scania sono d’accordo: il camion del futuro andrà a idrogeno

Le batterie non bastano ad assicurare l’autonomia necessaria al trasporto pesante. Per questo serviranno le fuel cell

Il prototipo del camion a idrogeno dell’americana Nikola Motor Company


Pubblicato il 11/10/2017
Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 19:46

Negli anni a venire anche il trasporto pesante su gomma passerà alla tecnologia elettrica: tuttavia i problemi delle attuali batterie - tempi di ricarica lunghi e autonomia ridotta - si fanno ancora più evidenti quando si parla di camion e autoarticolati. Per questo anche nel mondo dei “trucks” si comincia a parlare di alimentazione a idrogeno: il gas può infatti essere convertito in energia elettrica tramite una reazione elettrochimica con l’ossigeno che avviene all’interno delle cosiddette “celle a combustibile” e restituisce vapore acqueo di scarto. 

 

E se per “fare il pieno” a una batteria servono ancora ore di ricarica alla spina, per riempire un serbatoio di idrogeno bastano pochi minuti. Ecco perché questa tecnologia, non nuovissima a dire il vero, sta interessando sempre più costruttori come Toyota, Scania e GM: il colosso giapponese ha recentemente diffuso un video per dimostrare le stupefacenti prestazioni del motore elettrico a idrogeno del suo “Project Portal Truck”.
 

 

Scania punta sull’ibrido batteria-idrogeno  

 

Un discorso portato avanti anche da Scania, controllata del gruppo Volkswagen: “Credo che le celle a combustibile abbiamo un futuro”, ha evidenziato in una nota ufficiale Hedvig Paradis, project manager della marca scandinava. “Sarà sicuramente una delle soluzioni disponibili in futuro. Lo vediamo in altre parti del mondo, in cui si sono diverse aziende di trasporto persone che stanno facendo dei test con delle flotte”.  

 

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La soluzione di Scania in particolare integra due tipi di alimentazione per il motore elettrico: quella tramite l’elettricità immagazzinata nel pacco batterie e quella estraibile dall’idrogeno mediante le celle a combustibile; una sorta di ibrido senza emissioni per intendersi.  

 

Tuttavia rimangono sul tavolo questioni tecniche non indifferenti: in primis lo stoccaggio dell’idrogeno, abbastanza complesso, e la sua scarsa rete di distribuzione. Inoltre la componentistica meccanica (batterie e serbatoi per l’idrogeno) occupa molto spazio a bordo dei veicoli, sia che si tratti di autobus che di autocarri; volume che potrebbe invece essere impiegato per il trasporto di merci o persone. Tuttavia Paradis è fiduciosa nel fatto che la tecnologia sarà in grado di superare questi ostacoli. 

 

Surus di General Motors, la piattaforma a guida autonoma  

 

Evidentemente ne sono convinti anche in Geneal Motors: il colosso americano ha infatti tolto i veli a Surus, acronimo di “Silent Utility Rover Universal Superstructure”. Si tratta di una piattaforma modulare a guida autonoma e alimentata mediante tecnologia fuel cell (si chiamano così in inglese le pile a combustibile) progettata per il trasporto pesante, incluso quello militare. I serbatoi di idrogeno sono posizionati al centro del telaio, mentre ogni assale è motorizzato da un propulsore elettrico: Surus vanta quindi le 4 ruote motrici, che sono anche sterzanti.  

 

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Pure in questo caso il sistema di alimentazione è ibrido: oltre ai serbatoi per l’idrogeno c’è anche un pacco batterie agli ioni di litio; una combinazione che promette 640 km di autonomia. Naturalmente la presenza dell’autopilota costituisce un valore aggiunto negli scenari pericolosi, come quelli di guerra, dove i guidatori in carne e ossa rischierebbero la vita.  

 

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Il pianale ed il suo sistema propulsivo sono studiati per ospitare diverse configurazioni: container, strutture mediche, trasporto truppe o mezzi da cantiere (anche con cabina) e laboratori di ricerca; senza contare che all’occorrenza il veicolo può trasformarsi in una sorta di generatore elettrico su ruote. Una funzione particolarmente utile e già sposata anche dalla Toyota per il suo FC Bus.  

 

L’eAxle della Bosch per i camion americani Nikola  

 

Anche la start-up americana Nikola Motor Company, con sede a Salt Lake City, nello Utah, ha intenzione di portare sul mercato entro il 2021 due modelli di camion elettrici, i Nikola One e Two. L’azienda, che porta il nome del fisico di origine serba Nikola Tesla, ha sviluppato con l’aiuto della tedesca Bosch un sistema di propulsione elettrico a idrogeno da più di 1.000 CV di potenza, “circa il doppio della potenza di qualsiasi semirimorchio in circolazione”, dice l’azienda. 

 

I camion Nikola sono costruiti sul sistema modulare eAxle sviluppato da Bosch, composta da motore, elettronica di potenza e cambio riuniti in una sola unità, utilizzabile sia sulle automobili che sugli autocarri. Il sistema di trazione eAxle, sui Nikola, sarà abbinato a un sistema a fuel cell personalizzato. 

 

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