Quanta passione al Regio con il Tristano di Guth e Noseda

A Torino l’opera di Wagner ha aperto ieri sera la stagione lirica Invenzioni felici con una buona prova dell’orchestra, bravi gli interpreti

Un momento del «Tristano e Isotta» con una sala affollata di personaggi in doppio petto L’opera ha aperto con successo la stagione lirica del Teatro Regio


Pubblicato il 11/10/2017
Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 07:41
Torino

Il Regio ha aperto con vivo successo la stagione lirica 2017-’18 con Tristan und Isolde di Wagner nell’allestimento del Opernhaus di Zurigo: il pubblico ha risposto con forte interesse, i più giovani con curiosità, i wagneriani con entusiasmo, tutti con saldo impegno di fronte alla complessità della materia: il Tristano è lungo, ma non più del Don Carlos di Verdi o del Guglielmo Tell di Rossini; per non farlo diventare lunghissimo, malgrado un piccolo taglio nell’atto secondo, sarebbe stato bene limitare la durata degli intervalli, evitando al pubblico il massimo sforzo di attenzione nell’ultimo atto, dove sono concentrate alcune fra le pagine più alte dell’opera. 

 

Comunque, la cosa più importante è avere al Regio uno spettacolo vivo, coerente, capace anche di rivelare aspetti nuovi o non abbastanza considerati. Già si sapeva che il regista Claus Guth ha iniettato nel tempo dell’antica leggenda il mondo di Wagner e dei suoi amici Otto e Mathilde Wesendonck; le belle scene di Christian Schmidt ci introducono infatti all’interno di villa Wesendonck vicino a Zurigo, nido del primo atto dell’opera, nonché dell’amore, tutto spirituale, sotto il segno della rinuncia, di Wagner per Mathilde. 

 

Intervalli troppo lunghi  

La scelta dell’«interno» favorisce la concentrazione sulla realtà psicologica delle passioni; ma paga qualche prezzo, come l’assenza del mare nel primo atto, dove il mare non è uno sfondo come un altro, ma una presenza anche sonora, in una musica che s’insinua e si dissolve come un onda (e di chi sarà quel coro che irrompe a un certo punto: «Ohè! All’artimone! Alzate le vele!»? In compenso, altre invenzioni sono felicissime, di forte presa teatrale; la più centrata per me è nel secondo atto, dove l’incontro fra gli amanti avviene in mezzo alla gente, nel mondo reale; di solito, in quel punto, Tristano entra in scena come un leone nel recinto; qui invece gli amanti si trovano in una sala affollata di personaggi in doppio petto, fra i quali si cercano, si toccano, si stringono le mani folli di desiderio: bellissimo!  

Finalmente soli, quando invocano la Notte nel famoso duetto d’amore e di morte, palpita sulla parete una proiezione di foglie intrecciate; nel terzo atto alla desolazione di Kareol alludono muri scrostati, mentre la scena rotante riempie di ricordi e allucinazioni il tremendo delirio di Tristano.  

 

Buona la prova dell’orchestra diretta da Gianandrea Noseda, frutto evidente di uno studio intenso e prolungato, essenziale in una musica dove la modulazione perpetua richiede la massima precisione; ma Noseda ha curato altrettanto le sfumature, dedicandosi a quei particolari che la partitura custodisce nel suo tessuto «da camera», nel segreto delle sue polifonie; l’unico appunto che mi sento di fare è quello di tendere ogni tanto a una visione mistica, attenuante, come trattenendosi dall’impeto drammatico.  

 

Ammirabilissimo Tristano è il tenore Peter Seiffert, oggi fra i massimi interpreti della parte: voce morbida e fluente, vittorioso dell’immane sforzo fisico e duttile nelle mezze voci. Bravissima pure Ricarda Merbeth, una Isotta capace di ogni sfumatura, declamato, invettiva, dolcezza e volo lirico; la regìa «borghese» la penalizza un po’ quando nel secondo atto dovrebbe dare il via libera a Tristano capovolgendo a terra la fiaccola, empia parodia della Genesi, «La Notte sia!»: spegnere la luce girando l’interruttore è certo un gesto meno grandioso. Allo stesso livello di classe artistica e vocale il basso Steven Humes quale re Marke, protagonista del grande monologo che ci fa vedere l’amore di Tristano e Isotta dal punto di vista del marito tradito; all’altezza dei protagonisti e dell’importanza dello spettacolo Martin Gantner (Kurvenaldo), Michelle Breedt (Brangania) e tutti gli altri interpreti. 

 

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