The density of the transparent wind. Michele Ciacciofera
The density of the transparent wind. Michele Ciacciofera
michele ciacciofera
12/10/2017

 

Durante un periodo di residenza nel bellissimo castello di Civitella Ranieri, nel 2016, ricevetti la visita di un curatore particolarmente interessato agli artisti attivi nell’area mediterranea e attento alle proposte artistiche ad essa ricollegabili. Da subito s’instaurò un dialogo intorno al progetto a cui da tempo lavoravo e che prendeva le mosse da una grande utopia nata negli anni venti del secolo scorso e completamente dimenticata dalla storia, a cui avevo già lavorato per la mostra Nel Mezzo del Mezzo, tenutasi a Palermo nel 2015, in cui presentai l’installazione dal titolo Atlantropa. Il progetto di cui discussi con Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, mirava a celebrare quello che considero uno dei miti contemporanei: i pescatori. Avendo vissuto a lungo a Palermo e Siracusa, prima di stabilirmi a Parigi, indirettamente sperimentavo quotidianamente, soprattutto nell’Isola di Ortigia, il rapporto con questo universo tanto affascinante quanto tribolato. Tutte le mattine andavo a guardare le barche partire o rientrare dalle loro traversate nel Mediterraneo, spesso intrattenendomi con i pescatori per discutere della loro vita, delle loro esperienze e del loro rapporto con il mare di mezzo. L’Odissea innanzitutto e anche Lighea di Tomasi di Lampedusa erano sempre presenti nelle mie riflessioni sul mare, presenza irrinunciabile nella  mia vita. Guardavo e ascoltavo i pescatori con attenzione, ritenendoli parte della mitologia atemporale del mare. Il progetto mirava a indagare la vita in una barca e, attraverso un approccio antropologico, esplorare le differenti tematiche legate ai miei luoghi d’origine: la Sardegna, la Sicilia e il contesto del mediterraneo, fondendo memoria collettiva, rivisitazione dei miti e realtà politica contemporanea in una ipotetica riconfigurazione degli equilibri socio-economici su cui si basa la nostra società.
 

 

Di tutto questo discussi con Bonaventure in vista della realizzazione di un lavoro sonoro il cui titolo sarebbe stato The density of the transparent wind. Due mesi dopo ricevetti la lettera di invito a partecipare a Documenta 14 ad Atene e Kassel nell’ambito della apposita piattaforma Every Time A Ear Di Soun, che sarebbe stata anche diffusa da una serie di radio internazionali, grazie ad apposite partnership, durante tutta la durata della mostra, nei seguenti paesi: Grecia, Colombia, Camerun, Brasile, Stati Uniti, Libano, Indonesia, Francia e Germania. Questa opportunità mi avrebbe così consentito di massimizzare la diffusione dell’opera assolvendo anche a uno dei principali obiettivi che mi ponevo in assonanza con il tema della mostra intitolata Learning from Athens: un invito a ripensare gli assetti geopolitici e a guardare a quella culla della cultura che è stata l’esperienza ateniese. Ritengo che il mondo oggi necessiti di nuove visioni utopistiche e in tal senso vorrei ricollegarmi al pensiero di Walter Benjamin che invitava a riconsiderare le basi di un futuro sulla scorta di una visione fondata sul sogno collettivo e sull’uso dell’immaginazione per analizzare la realtà presente attraverso l’arte. In ciò diviene essenziale la consapevolezza che la critica del presente si accompagni ad una coerente rivisitazione del passato e all’apertura verso la dimensione essenziale del futuro.
 

 

Vorrei a questo punto tornare al lavoro Atlantropa a cui accennavo prima ispirato al rivoluzionario progetto presentato a Monaco di Baviera nel settembre 1929 dall’architetto della Bauhaus Hermann Sörgel, che prevedeva la creazione di un nuovo continente attraverso un grande processo di trasformazione del Mar Mediterraneo. La sua idea nasceva dalla premessa che “circa 50.000 anni fa il Mediterraneo era un lago situato all'interno del continente con un livello di profondità inferiore  di circa 100 metri rispetto ad oggi. Con lo scioglimento delle masse glaciali la situazione cambiò riversando attraverso lo stretto di Gibilterra una enorme massa d'acqua che diede origine al mare odierno”. La sua proposta era di invertire artificialmente sino ad un certo limite tale naturale svolgimento ricorrendo alle nuove tecnologie dell’epoca, arginando l'affluenza delle acque verso Gibilterra e i Dardanelli  per mezzo di colossali dighe,   si da far gradualmente abbassare il livello del mare per evaporazione.
 

 

Ogni dettaglio era stato previsto: 150 anni sarebbero stati necessari per fare abbassare il livello del Mediterraneo di 200 metri rendendo altresì possibile la realizzazione di un passaggio di collegamento tra il continente europeo e quello africano, propedeutico alla fusione delle due aree continentali, tramite dei ponti che avrebbero collegato la Sicilia al Nord Africa. Lo sbarramento tramite dighe dello Stretto di Gibilterra e dei   maggiori corsi d'acqua affluenti nel Mediterraneo avrebbe consentito la realizzazione di centrali idroelettriche, assolvendo alla richiesta energetica del nuovo grande continente. Inoltre grandi opere idrauliche a fini irrigui sarebbero stati necessari a invertire i processi di desertificazione, parallelamente alle attività di desalinizzazione delle terre emerse, da convertire all’agricoltura. Tutta l'area interessata dal progetto, e in particolare l’Africa, sarebbe stata destinata a divenire la più vasta superficie fertile del pianeta. Quasi tutte le città costiere sarebbero diventate centri dell'entroterra e grandi siti archeologici sommersi avrebbero rivisto la luce.
 

 

Grandi figure aderirono al progetto, tra gli altri Mendelsohn, Le Corbusier, Hoger, in un clima di grandissimo interesse generale. Atlantropa, pur con tutti i dubbi e le criticità che derivavano dall’idea, fu il primo grande progetto della storia  di respiro globale attraverso una visione pacifista che contemplava con grande anticipo alcuni dei temi essenziali del dibattito odierno: eliminazione della disoccupazione, eliminazione dei presupposti della guerra, disponibilità ed adeguamento dello spazio, urbanizzazione, ecologia, fabbisogno energetico,   lotta contro la fame  etc. Tuttavia, una visione pacifica e innovativa del mondo come quella concepita da Sörgel contrastava con i nefasti obiettivi bellici e imperialistici di Hitler giunto al potere nel 1933, che tre anni dopo l'ascesa al potere commissionò il film « Ein Meer versinkt » per presentare Atlantropa come il disegno impossibile di un folle.
 

 

Al successo e alla diffusione del film, che vinse il Festival di Venezia, seguirono le misure restrittive a cui la Gestapo obbligò l’architetto chiudendo altresì l’istituto di ricerca dallo stesso creato e finanziato attraverso i proventi della galleria d’arte della moglie e vietandogli la pubblicazione di nuovi libri dopo « le tre grandi A : America, Asia, Atlantropa » del 1938. Con la caduta del regime nazista Sörgel riprese a promuovere il progetto   nei confronti degli stati vincitori e soprattutto degli Stati Uniti per tentarne la finanziabilità e la realizzazione. Ma il sogno si infranse definitivamente all’inizio degli anni 50’ a seguito della creazione dei primi reattori atomici e di una diversa visione della produzione di energia. Sörgel morì investito in circostanze oscure da un'auto mentre si recava all’ennesima presentazione pubblica del progetto. Di esso rimangono agli archivi della stampa dell'epoca le domande degli editorialisti che si interrogavano stupiti sulla futura geografia del pianeta che da Atlantropa sarebbe derivata. L’utopia dell’architetto bavarese vedeva nello sviluppo agricolo e nella integrazione dell’Europa con l’Africa i fattori chiave che avrebbero cambiato positivamente il mondo. Mi premeva citare questa utopia rimossa dalla storia contemporanea e oggi pressoché sconosciuta, per spiegare le riflessioni che stanno alla base del progetto The density of the transparent wind . Esso mira a creare una dimensione politico-sociale-spirituale fondata da un lato sull'utopia e dall'altro sul valore mitico-simbolico dell'agricoltura e del lavoro nel mare attraverso cui, nel corso della storia dell'area mediterranea, sono stati definiti confini geografici, stili di vita, credenze religiose e forme di socialità. 
 

 

Un viaggio integrante, tra uomini di diversa nazionalità legati reciprocamente dalle leggi della natura, dal mare e dal lavoro. Un’imbarcazione  che solca ininterrottamente, da generazioni, le acque del Mediterraneo tramandando un sapere ed un rispetto fatto di codici e regole non scritte che coinvolgono tanto la natura quanto gli esseri umani. Genti che fanno del mare la loro vita disconoscendo le logiche imposte dal mondo contemporaneo con i suoi vincoli di bilancio economico e finanziario, con le sue dinamiche pseudo-politiche,  che credono che la creazione di barriere e confini invalicabili contrastino con ciò che il Mediterraneo ha da sempre rappresentato : un luogo di passaggio e integrazione per cui la dimensione fisica del mare non ha mai costituito motivo di separazione né mai lo sarà. In tale contesto, la barca s’inserisce in modo emblematico, come spazio di interazione e condivisione, luogo fisico in cui lavoro e sentimenti, collettivi e individuali, meritano di essere colti per rappresentare in forma estesa un universo positivo.  In essa la vita si svolge secondo ritmi che la natura detta e a cui gli uomini si adattano in una forma di perfetta compartecipazione.La barca e il mare quindi, come luoghi di integrazione, in cui l’equipaggio multietnico riconosce nel lavoro, nella socializzazione tra i membri che lo compongono, nella natura, il collante naturale, ma anche il mezzo per richiamare costantemente i decisori politici alla responsabilità di scelte e visioni coerenti con le evoluzioni, ancorché critiche, del mondo contemporaneo. Di tali evoluzioni il fenomeno migratorio costituisce senz’altro il principale tema di discussione a cui il mondo contemporaneo dimostra di presentarsi impreparato nonostante il millenario positivo esempio offerto dalla storia del Mediterraneo. Considero pertanto le barche del Mediterraneo  veri luoghi eroici, un mito contemporaneo di convivenza e salvezza, di collaborazione e solidarietà che rispondono  ad un codice non scritto, quello del mare, ma anche ad un messaggio religioso innanzitutto umano ancor prima che umanitario.   Così le registrazioni delle attività sulla barca hanno puntato a mescolare i suoni meccanici con le voci del singoli componenti dell’equipaggio, legando il tutto con ritmi e manipolazioni digitali atte a restituire, attraverso delle sonorità apparentemente astratte, la complessità dell’esperienza del mare e della convivenza attraverso il lavoro. Ne risulta una miscela di suoni provenienti da varie fonti (motori, radio di bordo, argani delle reti, voci, telefonini, mare etc.), riprocessati al computer ed arrangiati su pattern ritmici attraverso un processo di filtraggio ed editing volto a creare una miscela sonora in cui si inseriscono affioranti melodie e silenzi, sonori anch’essi nel cadenzare il tempo secondo un preciso stile ritmico.  


 

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