“Jose e Davide”, un cd musicale dalla sceneggiatura di Fenoglio

Lo scrittore Beppe Fenoglio. (Alba 1922 - Torino 1963)


Pubblicato il 12/10/2017
Ultima modifica il 20/10/2017 alle ore 02:30

Amava cantare, Beppe Fenoglio, come era solito ricordare il maestro Cerrato, suo speciale amico. Gli si intona dunque il «concept album» Jose e Davide di Mauro Carrero che domani sera verrà presentato ad Alba, ore 21, Auditorium della Fondazione Ferrero, ricorrendo i vent’anni del Centro documentazione intitolato all’artefice del Partigiano Johnny

 

Nove canzoni scritte e interpretate da Mauro Carrero. Un «film-spartito» liberamente ispirato alla sceneggiatura cinematografica che Fenoglio, accomiatatosi nel 1963, lasciò incompiuta dopo averne a lungo discusso con il regista milanese Gianfranco Bettetini. 

 

L’idea di Jose e Davide era maturata - ricorda Edoardo Borra, introducendo il libro-cd per Nota edizioni di Udine - nel 1961, in gennaio e in febbraio, quando Alba partecipò a «Campanile Sera», gioco a quiz televisivo, presentatore Enzo Tortora, schierando un «pensatoio» di cui faceva parte lo stesso Fenoglio. 

 

Non considerava forse la Langa, il «cronista» dei Ventitre giorni della città di Alba, una «terra vergine cinematograficamente»? Per questo, anche per questo, pose mano a Jose e Davide, una storia «di fuoco», non di guerra civile, ma familiare, riecheggiante il dramma mai appassito di Abele e Caino, così nelle corde di chi si considerava un guerriero di Cronwell con la Bibbia nello zaino. 

 

Jose e Davide, due fratelli arpionati da un conflitto che si arroventerà fino alla tragedia. Jose che lavora a Torino, all’Urbiochimica, e convive con la veneta Maria, scappato «dalla terra - avverte Fenoglio - per pura disperazione, non sopportando più il dispotismo del fratello Davide». Davide incardinato a San Benedetto Belbo (l’indimenticato incipit della Malora: «Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra»), un’esistenza grama in una cascina isolata, in cresta, di quelle che salverà fotograficamente Aldo Agnelli.  

 

Non ultimò la sceneggiatura, Beppe Fenoglio, ma vi trasse un racconto «del parentado e del paese», apparso postumo, Ferragosto. Testimoniando ulteriormente una inestirpabile, viscerale fedeltà alle indigene zolle, perché «Sangue è sangue». 

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