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Tuttoscienze
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 11/10/2017.
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“Scopriremo altri mondi e con il super-occhio cercheremo la vita aliena”

A BergamoScienza uno dei padri del telescopio “Webb”: “Sfida senza precedenti, lancio rimandato al 2019”

«L’obiettivo è avvicinarci al momento dell’origine dell’Universo, al Big Bang. All’epoca della formazione delle prime galassie. E poi di individuare molti nuovi pianeti extrasolari. Troveremo là la vita? Il “James Webb Space Telescope” sarà in grado di fare scoperte simili!». 

 

Matthew Greenhouse è un astrofisico statunitense, impegnato nel centro «Goddard» della Nasa. Ed è uno dei responsabili scientifici del programma del più sofisticato telescopio spaziale mai realizzato, il «James Webb Space Telescope», appunto. Ospite a BergamoScienza sabato scorso, ha raccontato come sarà il successore di «Hubble»: lanciato nel 1990 con lo specchio primario danneggiato, dopo un’avventurosa riparazione grazie a una missione dello shuttle «Endeavour», «Hubble» è ancora lassù, a 600 km dalla Terra e realizza immagini straordinarie che hanno cambiato il nostro modo di vedere (e di immaginare) il cosmo. Ora il «Webb» promette di andare ancora oltre. Se «Hubble» opera nell’ottico, il nuovo strumento scruterà nell’infrarosso. E sarà a un milione e mezzo di km dal nostro Pianeta, sul punto detto «L-2»: un vantaggio per le osservazioni «e per stare allineato - precisa Greenhouse -. Il “parasole” proteggerà il telescopio dalla luce e dal calore del Sole e garantirà comunicazioni continue». 

 

«Il programma - racconta Greenhouse - è iniziato nel 1996 e oggi ci lavorano migliaia di tecnici e ricercatori. Il “Webb”, infatti, è una sfida globale, per la quale abbiamo sperimentato tecnologie di automazione e intervento a distanza che avranno importanti ricadute». Una volta lanciato, dovrà dispiegare nello spazio oltre 40 componenti: solo lo specchio primario, del diametro di 6,5 metri, consiste di 18 elementi esagonali realizzati in berillio, disposti in tre anelli attorno al gruppo centrale. Il risultato è un’area del diametro di 7 metri. «L’allineamento di tutti gli elementi - precisa l’astrofisico - verrà governato da una serie di attuatori che garantiranno il risultato finale, pari a quello ottenuto da un singolo specchio circolare da 6,5 metri». Componenti che saranno tutte racchiuse una all’interno dell’altra alla partenza, prevista con un razzo europeo «Ariane 5» e postposta alla primavera del 2019. 

 

Una volta raggiunto il punto «L-2» - aggiunge - «gli specchi si apriranno come i petali di una rosa e formeranno uno specchio gigantesco. Prima ancora verranno dispiegati grandi pannelli d’appoggio, i quali contribuiranno all’ulteriore dispiegamento dei “pezzi”. Il più importante è “Nir”, la camera all’infrarosso. La vita operativa prevista è di 5 anni, ma puntiamo a 10». 

 

Il telescopio, frutto della cooperazione tra Nasa, Esa e l’agenzia canadese Csa, è stato dedicato a James Webb, il secondo amministratore della Nasa, dal ’61 al ’68. «Così come Webb accettò la sfida per la corsa alla Luna - sottolinea Greenouse - il telescopio spalancherà nuove frontiere sull’Universo. Consentirà di studiarne la struttura a grande scala e grazie all’osservazione di supernove remote se ne stimeranno la struttura e le dimensioni, per poi approfondire gli studi sulla materia e sull’energia oscure». 

 

Antonio Lo Campo
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