Voce sofferente e passo sbilenco. Trine Dyrholm, una Nico perfetta


Pubblicato il 12/10/2017
Ultima modifica il 20/10/2017 alle ore 02:31

Con un guizzo degli scintillanti occhi blu, Trine Dyrholm, danese, classe 1972, spiega che non poteva esserci personaggio più lontano da lei della Nico del film di Susanna Nicchiarelli , vincitore del Premio Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia. Cupa e disperata, la postura da cow-boy e i leggendari capelli biondi tinti di nero, l’ex-cantante dei «Velvet Underground», nata a Colonia nel ’38, modella per Lanvin e Chanel, poi attrice e frequentatrice, a Londra, di quel cerchio magico in cui fluttuavano ragazze terribili come Anita Pallenberg e Marianne Faithfull, Christa Paffgen (questo il vero nome di Nico) è descritta da Nicchiarelli in quella fase della vita dove i nodi vengono al pettine e bisogna decidere come scioglierli. Ignorando o riconoscendo i propri errori. 

 

Nico affronta la seconda strada. Fiaccata dalle droghe, finalmente felice accanto al figlio Ari, da cui era stata a lungo lontana, intraprende una nuova avventura di artista dark, «sacerdotessa delle tenebre», come venne ribattezzata. Un percorso coraggioso, cui Dyrholm aderisce con tutta se stessa, mutata nel corpo, nello sguardo, nella voce profonda e sofferente con cui interpreta i brani che, negli Anni ’80, trasformarono la cantante in «una Billie Holiday della punk generation». Per diventare Nico racconta di aver compiuto ricerche e di aver lavorato in modo «molto fisico». Il risultato è che il film cammina sulle sue gambe, sul passo sbilenco di una donna spezzata che cerca di rimettere insieme le tessere di un prezioso mosaico.  

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