Il talento di David Fincher di entrare nelle menti criminali

Il regista David Fincher, a sinistra, sul set di «MINDHUNTER»


Pubblicato il 12/10/2017
Ultima modifica il 20/10/2017 alle ore 02:31

In giro ci sono pochi registi come David Fincher. Registi attenti, appassionati, meticolosi. Basta poco per riconoscerli. Qualche volta è una scena, qualche altra addirittura un’inquadratura. Sono il colore, la fotografia, come sono posizionate le persone e come la telecamera le riprende.  

 

In Mindhunter, nuova serie di Netflix ispirata all’omonimo libro di Mark Olshaker e John E. Douglas e adattato per il piccolo schermo da Joe Penhall, la firma di Fincher è immediatamente visibile appena cominciano a scorrere le prime immagini. La storia che racconta è una delle sue storie. Un po’ Zodiac, un po’ Seven. Un po’, anche, Gone Girl. C’è uno spunto iniziale, con un agente dell’Fbi che insegna alle reclute del Bureau come parlare ai criminali, e poi c’è uno sviluppo importante, ovvero la nascita del profiling.  

 

Il profiling

Siamo negli Stati Uniti del 1979. Macchine, vestiti, musica: tutto è d’epoca. Si vive in un altro mondo: un mondo in cui gli assassini sono solo assassini e non materiale da studiare, qualcosa da cui, nonostante le atrocità commesse, poter imparare. L’unico che la vede diversamente è Holden Ford, interpretato da Jonathan Groff, agente speciale, giovanissimo, un cocco di mamma. Nel giro di due episodi riesce a convincere un suo superiore, Bill Tench (interpretato da un bravissimo Holt McCallany), ad avviare una nuova divisione: una che i killer - quelli che, all’epoca, non venivano ancora chiamati seriali - li studia, ci parla, li incontra in galera.  

Sono gli anni di Charles Manson. L’Fbi non sa ancora come riuscire a prevenire, o anche solo a indagare, certi crimini. La domanda cruciale è: come fai a catturare un pazzo se non sai come ragiona?  

 

Mindhunter è una via di mezzo tra crime, documentario e ricostruzione storica. A tratti ricorda persino un poliziesco. È l’ennesimo esperimento geniale (e fino alla seconda puntata anche riuscito) della «nuova» televisione. E che l’idea alla base fosse buona l’aveva capito anche Charlize Theron, qui produttrice insieme a Fincher. Questa non è solo un’altra serie di Netflix. È quella che stavamo aspettando da tanto tempo. È la serie che spicca, che appassiona; che non cede al compromesso della quantità sulla qualità. Qui siamo ai livelli di House of Cards. Ci sono personaggi, situazioni e storie che convincono. E in una fase in cui la regola sembra essere diventata la mediocrità dei progetti non è poco, anzi: è una boccata d’aria fresca per il binge watching. 

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