Bce: “Sui crediti deteriorati rispettate le procedure”

Ancora perdite pesanti in Borsa per le banche più esposte: giù Bpm e Ubi
ANSA


Pubblicato il 13/10/2017
Ultima modifica il 21/10/2017 alle ore 02:30
roma

Nel piccolo grattacielo di Kaiserstrasse sede della vigilanza europea nel cuore di Francoforte, le polemiche molto italiane sulle linee guida per la gestione dei crediti deteriorati delle banche risuonano lontane. La presidente francese Danielle Nouy ha pronta sul tavolo la lettera di replica alle critiche del presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani: arriverà al più tardi lunedì insieme con una cortese risposta di Mario Draghi al quale Tajani si era rivolto nella speranza di avere sostegno alle ragioni della lobby bancaria.  

 

Le banche con più zavorra perdono ancora terreno in Borsa, ma per i funzionari comunitari questa è la dimostrazione che il problema non va sottovalutato: ieri Banca Popolare di Milano ha chiuso a -3,57 per cento, Ubi a -3,33. Le ultime statistiche Bce dicono che nei bilanci dei 110 istituti dell’area della moneta unica vigilate direttamente da Francoforte ci sono 865 miliardi di crediti dubbi: 250 di questi sono in Italia, più di un quarto del totale. Se poi si allarga il campo alle banche minori, l’iceberg raggiunge i 350 miliardi, un quinto degli impieghi. 

 

A maggio dell’anno scorso in audizione in Parlamento il membro della vigilanza Ue Ignazio Angeloni era stato netto: «In termini nominali il volume dei cosiddetti “non perfoming loan” italiani è di gran lunga il più elevato fra i Paesi dell’area euro». Non deve essere un caso se l’annuncio di Francoforte abbia sollevato un vespaio in Italia, qualche critica a Parigi, mentre è passato inosservato nel resto d’Europa. Per capire il perché occorre tornare allo specchietto Bce: il secondo Paese col più alto valore di crediti dubbi dopo l’Italia è la Francia (146 miliardi), la Spagna ne conta 131, in Grecia sono 110, in Germania 64. Per inciso, manca una misurazione standard delle banche minori. La protesta italo-francese ha comunque trovato ascolto nei palazzi di Bruxelles dove si teme che la debolezza politica della Commissione lasci troppa autonomia ai palazzi che governano la moneta unica e il sistema finanziario continentale.  

 

Francoforte nega il gelo con la Commissione europea sulle nuove regole - «si tratta di forzature» - ma in qualche modo un portavoce ha risposto all’invito del vicepresidente Dombrovskis di restare nei limiti del mandato: «Le linee guida riguardano gli orientamenti e le specifiche aspettative della vigilanza Bce». Come a dire: Francoforte lavora dentro le sue prerogative. La proposta Bce è aperta al dibattito pubblico fino all’8 di dicembre: prevede di dare copertura in due anni (e al cento per cento) ai crediti non garantiti, in sette se garantiti. La Banca d’Italia ha già chiesto modifiche, in particolare per evitare che il rafforzamento patrimoniale sia allargato allo stock dei vecchi crediti e non (come prevede oggi la proposta) solo ai nuovi. 

 

Dice ancora un portavoce di Francoforte: «Quando i livelli di rafforzamento patrimoniale sono considerati inadeguati, l’autorità di vigilanza è tenuta ad assicurare che le banche aumentino le coperture per i rischi». In Italia negli ultimi tre anni il cattivo credito ha contribuito a far saltare dieci aziende: da Mps alla Popolare di Vicenza, da Veneto Banca a Etruria. Per evitare il peggio ad azionisti ed obbligazionisti di ciascuna di queste banche il contribuente ha pagato svariati miliardi di euro.  

Twitter @alexbarbera  

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