Santiago, l’ultimo desaparecido argentino. “Fatto sparire con i metodi della dittatura”

AP

Verso il voto. La vicenda di Santiago Maldonado rischia di avere contraccolpi politici: il 22 ottobre si vota per rinnovare Camera e Senato


Pubblicato il 13/10/2017
Ultima modifica il 13/10/2017 alle ore 13:01

«Donde está Santiago Maldonado?». Da oltre due mesi in Argentina risuona la stessa domanda. Giornali, tv, social: il suo volto, occhi profondi, barba e capelli lunghi, è ovunque. Santiago è un tatuatore di 28 anni della provincia di Buenos Aires scomparso il primo agosto. Stava partecipando a una protesta in Patagonia, in difesa degli indigeni Mapuche, repressa dalla gendarmeria. Da allora non si hanno più sue notizie. Chi era con lui assicura di averlo visto, ferito, caricato su una camionetta. Il governo ha smentito: gli agenti non c’entrano. Ma Sergio, il 44enne fratello di Santiago, non ha dubbi: «Se lo sono portati via i gendarmi». E accusa il presidente Macri di aver minimizzato la misteriosa sparizione: «In 72 giorni non ci ha mai contattati. In altre occasioni, come dopo la strage di Las Vegas, si è affrettato a esprimere la sua solidarietà». Al telefono la sua voce si incrina quando gli si chiede cosa gli manca di Santiago: «Il suo sorriso», singhiozza. A volte usa l’imperfetto, «mio fratello era…», poi si corregge, vergognandosi del lapsus.  

 

Santiago è diventato l’ultimo desaparecido argentino. «Ma il governo si ostina a non riconoscere la sua sparizione forzata», accusa Sergio. Le indagini procedono a rilento tra difficoltà e contraddizioni. In uno dei 70 telefoni sequestrati ai gendarmi è stato trovato un audio in cui si dice che Santiago è nel retro di una camionetta. In altri si parla di un corpo nel fiume e della necessità di nascondere i veicoli usati dalla Gendarmeria. Le prove del Dna, però, non hanno chiarito nulla. Anche droni e unità cinofile si sono rivelati inutili. La vicenda ha rievocato i fantasmi della dittatura che insanguinò l’Argentina tra il 1976 e l’82. Anni in cui le Falcon nere dei servizi segreti inghiottivano gli oppositori, i giovani militanti di sinistra erano gettati nell’oceano dai «voli della morte» o torturati nei centri di detenzione clandestini.  

 

«La cosa più spaventosa è che siamo nel 2017 e alcuni metodi sono rimasti uguali», accusa Sergio, che punta il dito contro il governo. «All’inizio hanno negato la sparizione di Santiago, accusando la mia famiglia di inventare menzogne. Poi hanno tirato fuori ipotesi assurde: Santiago nascosto tra i Mapuche o fuggito in un altro Paese. E questo fa tornare alla mente brutti ricordi». I brutti ricordi sono le frasi che la giunta militare usava per coprire le sparizioni forzate: «Quali desaparecidos? Le persone che cercate sono scappate in Europa», dicevano ai familiari degli scomparsi. «Ma non è l’unica analogia con il presente - continua Sergio - La gendarmeria ha fatto irruzione in una scuola per intimidire gli studenti durante un dibattito su Santiago. La polizia entra nelle villas (le favelas argentine, ndr) sparando. Questo governo ha fatto enormi passi indietro sul tema dei diritti umani». 

 

Il caso Santiago Maldonado è diventato un dossier scottante per il governo Macri, che ora teme contraccolpi politici. Il 22 ottobre ci sono le elezioni di medio termine per rinnovare il Congresso. L’ex presidenta Cristina Kirchner, in corsa per un seggio al senato, ha cavalcato la vicenda puntando il dito contro la Casa Rosada.  

Bono, a Buenos Aires per la tournee degli U2, ha scritto una lettera alla famiglia Maldonado: «Non arrendetevi mai». «Continueremo a lottare per la verità. Poi arriverà anche la giustizia», ha risposto Sergio. Intanto, 72 giorni dopo, l’Argentina continua a chiedersi: «Donde está Santiago?».  

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