Svezia, contro le violenze un concerto per sole donne


Pubblicato il 13/10/2017

In un mondo in cui nessuno si stupisce se vede un uomo sfoggiare con orgoglio la maglietta «Eat, sleep, rape, repeat», ( mangia, dormi, stupra, ripeti), è chiaro che il diritto così apparentemente banale di poter uscire la sera e partecipare, per esempio, a un concerto senza essere molestate sessualmente, aggredite o violentate non è mai scontato, anzi. Qualsiasi donna lo sa bene. 

 

Non è scontato neppure nel cuore dell’Europa dei diritti e dello sbandierato rispetto dei generi, non è scontato nemmeno in un Paese, la Svezia, tra i più avanzati al mondo per uguaglianza e parità sessuale. La notizia è che quest’estate, per la prima volta, Stoccolma ospiterà un festival musicale «man free», vietato agli uomini. A tenere in piedi la macchina saranno musiciste, tecniche di scena, addette alla sicurezza, bariste, organizzatrici, addette a catering e palco, facchine. Gli uomini non sono ammessi. L’idea è nata dall’attrice svedese Emma Knyckare, che un mese fa ha twittato: «Cosa ne pensate di mettere su un festival davvero cool dove gli uomini non sono benvenuti e che faremo finché tutti gli uomini non avranno imparato a comportarsi?». 

 

Era un appello alla «sorellanza», aveva spiegato Emma, e una reazione alla sequenza di aggressioni e stupri che avevano costellato l’estate scandinava, tanto numerosi da portare alla cancellazione del più imponente festival musicale di tutta la Svezia, il Bråvalla, proprio a causa di 23 casi di violenza sessuale e 4 di stupro nei cinque giorni di concerti. Da qui l’idea di Emma, che ieri ha raggiunto il primo importante traguardo con la raccolta di quasi centomila euro in donazioni per l’organizzazione dell’evento e migliaia di messaggi di sostegno all’iniziativa.  

 

La richiesta della campagna per la raccolta fondi era semplice: «Aiutateci a creare uno spazio sicuro per chi vuole partecipare ad un festival senza avere paura». Il claim ha attirato tanto sostegno quante critiche, spesso intrise di un più o meno consapevole paternalismo, così spesso anticamera o meglio, fenomeno, di radicato maschilismo. Le osservazioni più delicate sostenevano che quella di Emma è una bella idea, ma totalmente inutile, quelle più surreali erano che l’idea di un festival per sole donne non era che un attacco di femministe scatenate che odiano gli uomini, dove la parola «femminista», è ancora – nonostante tutto – considerata un insulto.  

 

Il problema che pone il festival svedese non si limita al dato di fatto – così ovvio per qualunque donna – che in Europa il rispetto di genere è ben di là da venire e che qualsiasi situazione – sia domestica che sociale – espone al rischio molestie. Il problema che solleva è ben più grave e profondo, e ha a che fare con la misoginia e con l’accettazione passiva della violenza sessuale (che ha sfumature diverse e gravissime anche quando non culmina con lo stupro) di cui la nostra società è intrisa.  

 

Il problema che scoperchia è che oggi è ancora «normale» e accettato che le donne, loro malgrado, siano costrette a coprirsi nel tentativo di «spostare l’attenzione» e evitare commenti e apprezzamenti che spesso non sono altro che molestie, ed è tragicamente prevedibile che le critiche in un caso come quello di Weinstein si abbattano su chi ha denunciato una violenza. Perché in fondo a prevalere è ancora la cultura del «se l’è andata a cercare». In Italia, poi, riusciamo a fare ancora meglio: nel Paese in cui il 92,6% delle donne non denuncia lo stupro, gli strali – di donne e uomini – piombano sulla ribelle Asia Argento che alla fine sarà stata anche abusata da Weinstein, ma ci ha messo vent’anni per denunciare e quindi qualche privilegio nel frattempo l’avrà di certo avuto. Pochi uomini, e peggio, pochissime donne, si indignano. Per questo il festival svedese è importante. Non è solo un modo di creare un luogo sicuro per le donne, va ben oltre. E non è un caso che nasca nel Paese dove agli studenti delle superiori viene distribuito il pamphlet di Chimmanda Ngozi Adichie «We should all be feminist» (Dovremmo tutti essere femministi) e dove la ministra degli Esteri ha imposto un’agenda di politica internazionale femminista.  

 

Il peso del festival della prossima estate sta tutto nel suo nome: «Statement Festival», il festival dell’affermazione, quella che segna il passaggio all’azione e fissa un nuovo punto nella lotta per il rispetto e la parità.  

 

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