L’Italia alla Germania: “Fate scontare la pena ai manager Thyssen”

Appello del ministro Orlando all’omologo tedesco

La tragedia sconvolse Torino. È da maggio del 2016 che si attende l’incarcerazione dei due manager tedeschi, condannati a 9 anni e 6 anni e 10 mesi


Pubblicato il 13/10/2017
Ultima modifica il 13/10/2017 alle ore 11:11
torino

Tre mesi d’indagine. Nove anni di processi, con due passaggi in Cassazione. E poi improvvisamente per le vittime e i condannati della Thyssen la giustizia ha inforcato binari distinti. I quattro imputati italiani sono finiti in carcere, mentre i vertici tedeschi della multinazionale dell’acciaio, l’ad Harald Espenhahn e il direttore generale Gerald Priegnitz, sono ancora in libertà. E questo nonostante debbano scontare, rispettivamente, 9 anni e 6 anni e 10 mesi di reclusione. A poche settimane dal decennale del rogo costato la vita a sette operai, un senso di frustrazione pervade ancora i familiari, la cui sete di giustizia è rimasta inevasa, appesa ai cavilli del diritto internazionale. E’ di questo sentimento che si è fatto carico il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che a margine della riunione del Consiglio Gai in corso a Lussemburgo ha incontrato il suo omologo tedesco Heiko Maas e gli ha rivolto un appello affinché la Germania dia esecuzione alla sentenza, facendo scontare ai manager la loro pena. La richiesta non è caduta nel vuoto: Maas si è impegnato a svolgere nel più breve tempo possibile un approfondimento sulla questione, al fine di poter dare riscontro alla richiesta italiana. 

 

E’ dal maggio del 2016 che si attende l’incarcerazione dei due manager. All’indomani del verdetto della Cassazione, che ha messo la parola fine alla storia giudiziaria del rogo, i quattro imputati italiani si erano presentati spontaneamente dai carabinieri. In carcere erano finiti: il direttore dello stabilimento italiano, Marco Pucci, condannato a 6 anni e 10 mesi; il membro del comitato esecutivo dell’azienda, Daniele Moroni, condannato a 7 anni e 6 mesi; l’ex direttore dello stabilimento, Raffaele Salerno, a 8 anni e 6 mesi; e il responsabile della sicurezza, Cosimo Cafueri, a 6 anni e 8 mesi. Diversamente avevano scelto di agire l’ad Harald Espenhahn e il direttore generale Gerald Priegnitz, che non erano rientrati in Italia per scontare la pena. La procura generale, pertanto, aveva inoltrato agli uffici giudiziari tedeschi un mandato di arresto europeo. Un documento ufficiale con il quale l’Italia chiedeva alla Germania di rendere esecutiva la condanna, così come previsto dagli accordi tra i due Paesi. Ma affinché si avviasse questa procedura, era necessario che venisse inviata a Berlino anche la sentenza dei giudici romani tradotta in tedesco, e anche la precedente sentenza, quella della corte d’appello di Torino. Una prima parte della procedura sarebbe stata completata, ma da Berlino sarebbero poi arrivate nuove richieste di acquisizione di atti. 

 

Sta di fatto che ad oggi l’iter è bloccato. Da qui l’intervento del ministro Orlando, che ha consegnato al collega tedesco una lettera nella quale ripercorre i passaggi della vicenda. «Il caso ha avuto ampia diffusione mediatica a causa della gravità dello stesso, che ha coinvolto decine di famiglie. Vi è quindi un forte interesse a vedere definito il procedimento», si legge nella missiva. Ad ogni modo, anche se l’autorità giudiziaria di Berlino dovesse accogliere la richiesta italiana, Harald Espenhahn e Gerard Priegnitz non sconterebbero più di 5 anni di carcere: il massimo consentito dalla legge tedesca per il reato di omicidio colposo aggravato. E poco cambia se in questo caso gli omicidi colposi sono stati addirittura sette. 

 

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