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Politica
ANSA
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 13/10/2017.
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Bonaccini: “In Emilia avremo lo stesso risultato senza bisogno di votare”

Il governatore Pd: sarebbe uno spreco di denaro

Non solo Lombardo-Veneto. Senza referendum preventivo, anche l’Emilia-Romagna apre il dibattito con Roma per portare a casa le competenze previste dall’articolo 116 della Costituzione, diventato improvvisamente popolarissimo fra i governatori del Nord. Ma quello emiliano, Stefano Bonaccini, è del Pd, renziano. Chiede la stessa autonomia della coppia Maroni & Zaia, ma in maniera decisamente più soft.  

 

Bonaccini, senza voto la sua posizione sarà più debole.  

«Non direi. Ho ricevuto il consenso delle parti sociali che abbiamo consultato. Tutte: sindacati, imprenditori, amministrazioni locali, Camere di commercio, Terzo settore, Università. E ho un mandato preciso dell’Assemblea legislativa della Regione. Ha votato a favore la mia maggioranza Pd-Mdp-Si, si è astenuta Forza Italia, contro Lega e FdI. I grillini non hanno partecipato al voto». 

 

Curioso il no della Lega.  

«Hanno fatto tutto un loro teatrino, sventolando in aula bandiere emiliane e romagnole. In realtà volevano soltanto lanciare il loro referendum per separare l’Emilia dalla Romagna. Opzione legittima, per carità, ma fuori dal tempo. Non credo che la divisione faccia bene a una Regione che attualmente è prima per crescita ed export». 

 

Pensa che il referendum lombardo-veneto sia inutile?  

«Diciamo che è legittimo qualche dubbio. L’hanno indetto a pochi mesi dalle regionali due governatori che sono lì da anni e sono state anche ministri del governo nazionale. Il sospetto che si cerchi un plebiscito da “spendere” in vista del voto prossimo venturo è legittimo. Tanto più che la vittoria del sì è praticamente scontata. I referendum, fra l’altro, costano. Abbiamo calcolato che votare in Emilia-Romagna avrebbe significato una spesa dai 15 ai 20 milioni di euro per dire sì a un quesito che non entra nel merito e sul quale, posto così, è difficile non essere d’accordo». 

 

Maroni però ha detto alla «Stampa» che lei si è mosso dopo. Insomma, è legittimo anche il sospetto che in questo caso il Pd vada a rimorchio della Lega.  

«Rispetto la critica, però mi sembra che sui referendum lombardo-veneti si lancino proclami che alludono anche a risultati impossibili. Faccio chiarezza. Per noi restano fermi due punti. Primo: l’Unità nazionale è sacra. Secondo: ottenere lo Statuto speciale, che peraltro noi non chiederemmo, è utopistico perché ci vorrebbe una riforma costituzionale, una legge ordinaria non basta. In comune con Maroni e Zaia c’è l’idea che sia il momento di iniziare a premiare le regioni più virtuose invece di penalizzarle». 

 

Il percorso verso l’autonomia, però, è lungo e complicato.  

«Serve una legge votata dal Parlamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti. È vero che è difficile che si possa approvarla in questa legislatura. Ma se trovassimo un buon accordo già adesso non credo che il Governo e il Parlamento che verranno potrebbero ignorarlo». 

 

In pratica, adesso che succede?  

«Ho chiesto un incontro a Gentiloni. Rappresento quattro milioni e mezzo di cittadini. Sarebbe curioso non essere ricevuto». 

 

ALBERTO MATTIOLI
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