Legge elettorale, chi vince e chi perde

Il punto di vista e le reazioni del Partito Democratico, Centrodestra e M5s
ANSA

Matteo Renzi, segretario del Pd


Pubblicato il 13/10/2017

PARTITO DEMOCRATICO  

SCATTA L’ALLARME ROSSO SULLE LISTE. RENZI TENTATO DALLA BLINDATURA  

FABIO MARTINI  

A parole Matteo Renzi aveva continuato ad affettare indifferenza («La legge elettorale? Non ci vado pazzo...»), con la postura di chi vuol dimostrare all’opinione pubblica che i suoi pensieri sono ben altri: più concreti, più vicini ai problemi del popolo italiano. Ma la «grande soddisfazione» fatta trapelare, a conti fatti, dal leader del Pd racconta il compiacimento di chi ha cercato, voluto e alla fine ottenuto il voto positivo della Camera dei deputati. Matteo Renzi ha vinto la prima mano e quasi certamente vincerà, con l’aiuto consapevole e manifesto di Berlusconi, Salvini e Alfano, anche la seconda: quella del voto di palazzo Madama. A quel punto il Rosatellum bis sarà legge dello Stato. La quinta riforma elettorale in 25 anni. Ogni quinquennio, una legge. Un record mondiale, che carica il leader del partito di maggioranza relativa di un peso persino superiore alle sua quota di responsabilità per questo poco invidiabile score. 

 

LAPRESSE

 

Renzi sa che al di là della consistenza della dissidenza nascosta nel voto (circoscritta ma non trascurabile), da giorni peones, notabili e leader di corrente del Pd tra di loro parlano di una sola cosa. Una specie di ossessione: nel comporre le future liste elettorali e nell’indicare i candidati nei collegi, Renzi farà l’assopigliatutto o seguirà un principio proporzionale, assegnando ai vari gruppi interni le loro quote, sia pure di minoranza? 

 

A prima vista sembra una questione tutta interna al Pd. Sembra un enigma che riflette solamente l’ansia personalissima di tutti quei parlamentari destinati fatalmente a non ripetere la dorata vita dell’onorevole. 

 

Ma nella selezione della pattuglia parlamentare si gioca una quota non banale della efficacia della nuova riforma elettorale. Su un punto dirimente: la rappresentatività del futuro Parlamento. Gli onorevoli prossimi venturi saranno un’immagine, sia pure un po’ opacizzata e deformata, dei propri elettori o finiranno per rappresentare uno specchio perfetto dei leader e delle loro “brame”? Se, come è possibile, la scrematura sarà fatta soltanto sulla base degli umori e delle preferenze dei capi, il prossimo Parlamento rischia di presentare poco invidiabili caratteristiche di uniformità e di conformismo.  

 

Non è detto che vada a finire così. Per ora ci sono soltanto i presupposti. E la responsabilità maggiori, ma non esclusive, vanno al Pd. Perché è ancora oggi il partito di maggioranza relativa. E perché è l’unico partito nel quale esiste una vita democratica. Nei partiti della Prima Repubblica, che tanti errori fecero nell’approvvigionamento delle “risorse”, i congressi servivano a determinare i leader, ma anche le quote per le minoranze negli organismi dirigenti e delle rappresentanze parlamentari. 

 

Da ieri sera nel Pd è scattato l’allarme rosso. Certo, nel Transatlantico di Montecitorio chi parlava di “pulizia etnica”, faceva scuotere la testa di Lorenzo Guerini, l’uomo che per conto di Renzi, tratterà la formazione delle liste: «E’ del tutto evidente che il segretario selezionerà personalità esterne, non inquadrabili in quote e ci mancherebbe altro. Per il resto sarà seguito un criterio equilibrato». In questi giorni il ministro Dario Franceschini, il personaggio che più teme l’operazione-assopigliattutto, confidava agli amici: «Temo che il risultato siciliano non sarà brillante e questo indurrà Matteo ad essere più ragionevole». Andrea Orlando, un altro che teme l’imprevedibilità di Renzi, confida un altro pensiero: «Siamo in una fase diversa, anche Matteo ne sta prendendo atto». Ma il vero tranello che tutti i notabili del Pd temono è un altro: che il segretario rassicuri tutti sulla rappresentatività delle liste e poi, in zona Cesarini, rivolti il tavolo. A quel punto sarebbe tardi per una scissione-bis, della quale in tanti ancora parlano. 

 

CENTRODESTRA  

COSÌ BERLUSCONI ORA RIENTRERÀ IN PARTITA. ORA TRATTERÀ CON SALVINI SUI COLLEGI  

AMEDEO LA MATTINA  

Giorgia Meloni, l’unica nel centrodestra a votare contro il Rosatellum, si chiede a cosa serve questa legge elettorale se alla fine non produrrà una maggioranza certa per governare. Sospetta inciuci tra Berlusconi e Renzi dopo il voto del 2018, con Matteo Salvini che si intesta la leadership dell’opposizione. E da quella posizione metterà il Cavaliere fuori dai giochi. Poi la biologia e l’età faranno il resto. Ma intanto il Cavaliere resta in partita con questo nuovo sistema elettorale, blindando Forza Italia: evita il Consultellum, che prevede al Senato le preferenze, e decide i nomi dei candidati sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali della quota proporzionale. Sono i nomi dei cosiddetti «nominati» contro cui si sono scagliati i 5 Stelle, i bersaniani di Mdp e Sinistra italiana, oltre i Fratelli d’Italia. 

 

ANSA

 

Si presume che siano dei fedelissimi di Berlusconi, parlamentari che non lo tradiranno mai. Anche se poi sappiamo come va a finire con i professionisti del cambio casacca. 

 

Il leader azzurro comunque mantiene questo potere di nomina: sarà centrale sia in caso di vittoria del centrodestra sia per eventuali larghe intese con il Pd. Salvini invece spera di poter fare la parte del leone in Veneto, in Lombardia e in Liguria. Sarà una bella lotta quando si siederanno attorno a un tavolo per decidere le quote dei collegi uninominali da spartirsi. E non sono pochi dentro Forza Italia a temere di essere penalizzati.  

 

Nel mezzogiorno i forzisti non hanno grandi alleati come il Carroccio. In alcune realtà, in particolare a Roma e nel Lazio, dovrà trattare con la Meloni con il dente avvelenato. Renato Brunetta però è ottimista. Dice che un accordo si troverà ovunque perchè «il vento tira a favore del centrodestra». «Del resto - ricorda il capogruppo di Fi alla Camera - siamo riusciti a fare accordi quando c’era il Mattarellum che prevedeva il 70% di collegi uninominali, figuriamoci adesso con questa nuova legge che ne prevede solo il 36%?». Brunetta è convinto che il Rosatellum conviene molto di più al centrodestra che a Renzi perchè avrà la maggioranza o assoluta o relativa: «E anche con una maggioranza relativa noi chiederemo al capo dello Stato di incaricare una personalità dello nostro schieramento per formare il governo».  

 

Il problema si presenterà se Berlusconi vorrà fare la grande coalizione con i Dem senza i leghisti. Cosa faranno i senatori e i deputati di Fi che saranno eletti nei collegi uninominali con anche con i voti del Carroccio? Continueranno a seguire il Cavaliere?  

 

Insomma, il Rosatellum contiene molte incognite. Berlusconi e Salvini dovranno per forza fare un accordo per vincere nei collegi uninominali. E a maggior ragione Matteo ne avrà bisogno nelle Regioni del Centro e del Sud se vuole allargare la sua base elettorale a livello nazionale.  

 

MOVIMENTO 5 STELLE  

BEPPE DISERTA LA PIAZZA SEMIVUOTA. MA I GRILLINI TORNANO PARTITO DI LOTTA  

ILARIO LOMBARDO  

Al culmine dell’estasi di piazza, Beppe Grillo resta in hotel. «Sai com’è, abituato a migliaia e migliaia di persone...» quando dal M5S pronunciano queste parole è ormai chiaro che il comico, papà di questa creatura che si sente ferita da una legge elettorale velenosa per i sogni pentastellati, non verrà più. Di ora in ora l’attesa si fa estenuante e la gente in piazza, non numerosa come il giorno prima, diminuisce fino quasi a scomparire. I pochi, eroici sopravvissuti, lo attendono invano. Di Grillo rimarrà solo lo sketch dell’entrata all’hotel Forum con una gamba finta in braccio. L’assenza del ex capo politico racconta la delusione e lo spaesamento del M5S che ora è costretto a reinventare una strategia per capire cosa fare e cosa sperare. L’illusione del governo evapora in una lunga giornata di parole generosamente offerte dai parlamentari che si alternano sul palco. Si sgola, Alessandro Di Battista, che torna e ritorna per tenere alta la tensione emotiva fino a quando Luigi Di Maio dichiara in aula: «E’ una nuova legge truffa, la legislatura finisce come inizia, noi in piazza e voi qui dentro a tentare di salvarvi. Ma finirà come 5 anni fa, avrete un’altra bella sorpresa». Di fronte alla sconfitta, disperante, fissando il vuoto del futuro, le lancette non possono che riposizionarsi all’indietro. Di Maio lo dice chiaro e lo mimano anche i colleghi come se con le mani spezzassero nervosamente l’aria: «Qualcosa si è rotto dal punto di vista istituzionale. Non possiamo restare a guardare».  

 

REUTERS

 

Ci sarà una reazione, promettono. «Dentro e fuori il Parlamento». Gli ultimi due anni passati a cancellare l’immagine dei ragazzini che conquistano il tetto di Montecitorio, non esistono più. Il M5S, isolato, tenta di riacciuffare la piazza. Continueranno le manifestazioni, «ma molto più in grande», «anche al Quirinale» annuncia Di Maio, per chiedere che Sergio Mattarella non firmi la legge. E non si escludono gesta plateali di forte carica simbolica a uso della prossima campagna elettorale, come le dimissioni di massa dei parlamentari. 

 

 

«Faremo di tutto per vincere lo stesso» dice Di Battista, ma lo sguardo è sconfortato, il tono poco convinto. Si nota, nelle sue parole e in quelle dei colleghi, un certo accanimento contro la Lega: «Con che faccia favorite i partiti che avete fatto finta di contrastare per anni? - chiede Di Maio - La vostra credibilità è pari a zero». «Si sono venduti per un piatto di minestra» non fa che ripetere Di Battista. Il piatto di minestra sono i seggi del Nord dove i voti dei padani pesano di più: «Ma qualcosa gliela ruberemo in campagna elettorale» promette il grillino. Su questa contesa tramontano gli scenari di un’alleanza grillo-leghista programmatica che sarebbe servita a sopravvivere alla fiducia in aula qualora il M5S fosse arrivato primo. Ma quella era un’altra storia, un’altra legge elettorale.  

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