La rivolta del Palio di Asti: “Basta con i cavalli senesi”

Le nuove regole che vietano l’impiego di purosangue favoriscono i mezzosangue toscani. I rettori polemici

All’ultimo Palio di settembre gli astigiani sono stati in panchina. 20 cavalli su 21 provenivano dal Senese e due sole «monte» astigiane al canapo. Idem per i fantini con soli sopravvissuti Donato Calvaccio e Federico Arri


Pubblicato il 13/10/2017
asti

Alzare le mura contro l’invasore senese. La divisione che non riuscì nel Medioevo può il Palio che là affonda le proprie radici. Quello di Asti è datato 1275. Separazione che sta tutta in una provetta, quella che certifica cavalli mezzo sangue, nuova analogia che lega da quest’anno i due Palii. Siena da sempre patria dei mezzo sangue e Asti obbligata a lasciare i purosangue. All’ultimo Palio di settembre gli astigiani sono stati in panchina. Allevatori, proprietari di scuderie e fantini «made in Asti» sono stati spettatori.  

 

«I senesi dopo quelli della Madonna dell’Assunta e di Provenzano hanno un terzo Palio intitolato a San Secondo» tuonano gli astigiani. Nessuna ostilità nei confronti dei colleghi toscani ma la determinazione nel tornare protagonisti della corsa che a settembre ha spento cinquanta candeline dalla ripresa nel 1967.  

 

La ribellione  

Mezzo secolo di galoppate prima su piazza Campo del Palio, poi in piazza Alfieri ma meno di venti successi autoctoni. Agli astigiani però è rimasta la consapevolezza di essere sempre alla regia del proprio Palio. Certezza sgretolatasi quest’anno: venti cavalli su ventuno provenivano dal Senese e due sole «monte» astigiane al canapo. Scuola di fantini che vede ora unici sopravvissuti Donato Calvaccio e Federico Arri assieme ai trapiantati Silvano Mulas e Claudio Bandini. La riscossa del Palio agli astigiani è partita nella stessa scuderia dove nacque l’ultima vittoria tutta locale. A Moncalvo (uno dei sette Comuni del contado accanto ai 14 rioni della città) la riunione convocata da Gaetano Guarino. Coiffeur di professione e cavallante per passione, «barba e capelli» aveva fatto ai rivali di Asti nel 1994 con Rapsodia, capace di correre scossa (senza fantino) dal canapo alla vittoria. Con beffardo bis nel 1995 sempre con fantino-cascatore Mario Cottone.  

 

Ora il rasoio affilato è quello della parola: «Qui si rischia di dover pagare il biglietto per assistere al nostro Palio. Pubblico di uno spettacolo che non c’è neppure stato quest’anno». Box astigiani privi di cavalli mezzo sangue, monte astigiane snobbate, così anche il piatto economico piange. La discussione ha coinvolto, oltre ai rettori, il capitano del Palio Michele Gandolfo, il predecessore Enzo Clerico come Pier Paolo Verri, presidente del Collegio rettori, e Andrea Marchisio, che guida la Commissione tecnica, come l’ex capitano Riccardo Berzano. Sul tavolo ci sono già le prime proposte da sottoporre al sindaco Maurizio Rasero. «Un contributo da assegnare (e dividere) tra borghi e Comuni che si presenteranno con una monta locale esordiente» suggeriscono i paliofili, altrimenti un vincolo più stringente «obbligare al canapo cavalli iscritti da almeno un anno a un’Asl del Piemonte». E, ancora, per favorire la conversione ai mezzosangue delle scuderie astigiane (80% di quelle titolari di colori in Piemonte) si propone di domandare al ministro delle Politiche agricole l’inserimento all’ippodromo di Varese di una corsa giornaliera loro dedicata.  

 

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