American Horror Story, specchio dell’America di oggi

Negli Usa in onda dal 5 settembre sulla pay FX e in Italia dal 6 ottobre su Fox


Pubblicato il 13/10/2017

Pare incredibile ma in questo momento chi meglio racconta gli umori dell’America di oggi è una popolare serie horror, «American Horror Story: Cult». Negli Usa in onda dal 5 settembre sulla pay FX e in Italia dal 6 ottobre su Fox (can. 112 di Sky, il 13 il secondo episodio), è una serie antologica: ogni stagione cioè, pur mantenendo inalterate caratteristiche di genere e stile, sviluppa storie diverse.  

 

Giunti alla settima stagione, i suoi autori, Ryan Murphy e Brad Falchuk, hanno scelto di mettere in scena in modo ben poco metaforico l’horror di cui è intinta la società americana a partire dalla campagna per le presidenziali del 2016. Il primo episodio parte dalla proclamazione del vincitore ali. E dallo scatenarsi di paranoie e deliri fin lì sotto traccia: la disperazione del mondo liberal, intellettuali, borghesi, giovani e acculturati, tra cui due lesbiche con prole. E l’esultanza di un giovane coatto, pericoloso e lucido psicopatico.  

 

L’America della provincia più profonda – la serie è ambientata in una cittadina del mid-west - che sotto Obama e stata “nascosta”, spiaggiata su divani sfondati a ingurgitare junk food e trash tv, si è caricata di rabbia e frustrazioni. Ora finalmente ha trovato una voce ufficiale che la giustifica, ed è libera di sfogarsi. Al contrario invece cadono le sicurezze di chi aveva da poco raggiunto un pur fragile status e una accettazione di genere o razziale: il volto progressista e moderno del Paese, che la presidenza Obama voleva mostrare al mondo.  

 

Due opposti che nella serie entrano in contrapposizione: sono vere o indotte le allucinazioni, quei i clown ghignanti che popolano sogni e veglia di Ally? Si infiltrano nella sua vita, la circondano, la ribaltano facendo leva sulle sue fobie. Intorno il sangue inizia a scorrere. L’inquietante ragazzotto tenta una carriera politica. Gay, chicanos e intellettuali sono nel centro del mirino. È l’escalation della paura, per cui anche gli agnelli si armano contro i lupi. Cosa che non fa mai bene. Nella serie è un crescendo di violenze. Che ha però anche trovato un riscontro nella cronaca. Ultimo il caso dell’episodio «Mid-Western Assassin»: programmato dopo l’eccidio di Las Vegas, racconta di una strage con armi da fuoco su gente riunita in occasione di un evento pubblico (un comizio). Per questo sono stati gli stessi autori a volerlo parzialmente censurare: troppo vicino alla realtà. Resta l’interrogativo: in «AHS: Cult» solo coincidenze o sensibilità di chi sente dove va una società? 

 

Murphy, figlio del mid-west, ha la sensibilità scarnificata del gay e le antenne lunghe dell’artista. Originariamente per questa stagione pensava a una storia incentrata su Charles Manson e la sua famiglia. «Ma nell’autunno 2016 quando stavamo iniziando a imbastirla non si faceva altro che parlare di elezioni e candidati. Così abbiamo pensato di mettere insieme l’idea del voto come punto di svolta narrativo che incontra una personalità come quella di Manson e una comunità che non si sente più limitata dal fare certe azioni. Pensavamo ancora che avrebbe vinto Hillary Clinton. Quanto capitato nei mesi a seguire è stato interessante, bizzarro, preoccupante: quello che stai scrivendo lo vedi poco per volta avverarsi nella realtà del tuo Paese».  

 

Sgradevole, respingente, irritante, «AHS: Cult» non parla di Trump o della politica, quanto del sonno della ragione che ancora una volta genera mostri. Di un popolo a cui è stato detto che può credere nelle sue fantasie prima represse e che quindi pensa di poterle realizzare. «America First»: non c’è questione energetica, né mutamento climatico, trasformazione dei processi produttivi o deriva nel possesso delle armi. Ma solo un mondo cattivo che ti assedia e ti ruba il benessere e la supremazia che ti spetta per diritto divino e di razza.  

 

Per questo l’approccio di Murphy è diverso da quello di tutte le altre serie che si sono fin qui confrontate con il dopo elezioni: in «Will & Grace» il tono è leggero e beffardo: un buffetto ironico. I Presidenti di Alec Baldwin a «Saturday Night Live» e di Anthony Atamanuik in «The President Show» (su Comedy Central, can. 124 di Sky) sono satira e travestimento, sottolineano con cattiveria gaffe e tic senza approfondire. Coglie molto più nel segno «South Park»: più che mai politico, ha parlato di suprematismo bianco, di estremismo del politicamente corretto (il movimento anti Colombo). Insomma anche qui si parla dell’esasperazione bipolare che sta minando la società Usa. Pro o contro: tertium non datur.  

 

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