Uno scapigliato contro i bigotti del calcio: 50 anni senza Gigi Meroni

Icona del Toro e di quei tempi, fu investito dopo una gara il 15 ottobre 1967

Gigi Meroni morì a soli 24 anni la sera di domenica 15 ottobre 1967, investito da un’auto a Torino


Pubblicato il 13/10/2017
Ultima modifica il 21/10/2017 alle ore 02:31
torino

Una sera d’autunno di cinquant’anni fa. Il 15 ottobre, domenica, proprio come quest’anno. Nel pomeriggio al Comunale il Torino aveva battuto 4-2 la Sampdoria, e dopo la cena sociale in un albergo del centro capitan Ferrini aveva chiesto e ottenuto di non andare in ritiro. Così Gigi Meroni si precipita nella mansarda di corso Re Umberto 53 per annunciare a Cristiana la serata di libertà. Non trovando né lei né le chiavi in portineria, attraversa il viale per telefonarle da un bar ancora aperto. Cristiana, felice, dice che sarà lì a momenti. Gigi riattraversa, nella nebbia, senza andare a cercare le strisce pedonali. Con lui c’è l’amico e compagno Fabrizio Poletti, insieme si fermano sulla mezzeria per lasciar passare una macchina che arriva dalla periferia: sta viaggiando un po’ in mezzo, Gigi fa un passo all’indietro. E viene centrato in pieno da un’altra che sta arrivando dal centro, guidata da un ragazzo che nel pomeriggio allo stadio aveva perso la voce per lui e per il Toro: di cui un giorno diventerà presidente. 

 

Ancora mezzo secolo dopo, quello rimane un istante tra i più tragici della storia del nostro calcio. Perché Gigi Meroni era innanzitutto un ragazzo di 24 anni. Perché era un signor giocatore, di quelli che valevano il prezzo del biglietto in un’epoca in cui il livello tecnico del nostro calcio era nettamente superiore all’attuale. Perché allora il taglio all’umberta era segno di pulizia fisica e morale, e lui portava barba e capelli fuori ordinanza, con i calzettoni a cacaiola come quelli del suo mito Omar Sivori, cui per pura soggezione non riuscì mai a dare del tu. 

 

L’estro e l’educazione 

La singolarità, macché, l’unicità di Meroni che lo ha tramandato sino ai giorni nostri e chissà per quanto ancora, fu quella di essere uno scapigliato, un cultore della trasgressione innocente e insieme un ragazzo e un calciatore corretto, educato, perbene. Fuori dai canoni del tempo, perché nella sua soffitta da bohémien passava il tempo a dipingere; si disegnava personalmente gli abiti da indossare; andava a spasso con bombetta e gardenia all’occhiello; girava su una fantastica, vecchia Balilla nera che aveva foderato di raso granata ed è visitabile oggi, perfettamente conservata, al museo del Grande Torino. Per tacere della gallina al guinzaglio con cui si concedeva ogni tanto una passeggiata. Ma tutto questo, a cominciare dai capelli, non gli costò un prezzo particolarmente alto. 

 

Qualche articolo di giornale, qualche tirata moralista di bassa lega, un’esclusione dalla Nazionale la seconda volta che Fabbri provò a spedirlo dal barbiere: la prima l’aveva accettata, quella gli sembrò eccessiva e al ct rispose grosso modo, con la sua vocetta educata ma ferma, che i capelli lunghi non gli impedivano di vedere il pallone e per come lo sapeva trattare, il pallone, chiedeva di essere giudicato. Come il suo allenatore al Genoa, Beniamino Santos. Come al Torino, dove Paron Rocco non era certamente tenero con i giovani: ma trattò sempre con grande affetto Meroni, pur con la razione quotidiana di «mona», si capisce, perché la legge era uguale per tutti. Era stato il Paron a volerlo in granata, non è vero che i suoi giocatori dovessero essere manzi per forza: al Padova si era innamorato di uccellino Hamrin e lo rivolle al Milan in tarda età, ricambiato con gli interessi, al Torino portò la farfalla Meroni.  

 

No, il conto gli venne presentato per Cristiana. Perché la ragazza di cui Gigi si era perdutamente innamorato e divideva con lui la mansarda di corso Re Umberto, intanto, signora mia, era una giostraia cresciuta al luna-park: ma soprattutto era sposata e, se una decina d’anni prima era finito all’indice un mito come Coppi, perché non Meroni? Che, almeno, non seppe mai del divieto di funerali religiosi da parte della diocesi di Torino, nonostante il lutto cittadino. Superato da un dribbling alla Meroni di don Francesco, storico cappellano granata, che celebrò ugualmente la messa e per questo rischiò la scomunica. 

 

Quel capolavoro a San Siro 

Povera farfalla. Che nemmeno fece a tempo a vedere il ’68, dopo averne anticipato lo spirito, il senso di libertà, anche di ribellione entro certi limiti. Di sicuro non in campo dove la serietà professionale e la correttezza dei comportamenti sposavano al meglio i suoi colpi da funambolo. Il più bello in assoluto a San Siro, sei mesi prima di volare via e con una piccola morte nel cuore per la scomparsa di Luigi Tenco, uno dei suoi due idoli musicali: l’altro era De André. Portò Facchetti fuori settore, lo puntò aggirandolo e mise un pallonetto all’incrocio che Sarti potè soltanto guardare: l’Inter del Mago non perdeva in casa da tre anni e cominciò quel giorno a scucirsi uno scudetto che pareva vinto.  

 

L’anno prima, al Mondiale, avrebbe ampiamente meritato di giocare: ma Fabbri contro la Corea gli preferì Perani che sbagliò tre gol fatti nel primo quarto d’ora. Quell’estate il presidente Pianelli aveva resistito a fatica all’assalto del Napoli. Per cedere l’anno successivo, tre mesi prima della scomparsa, a quello dell’Avvocato. Contratto firmato e tumulti di piazza: si decise per il quieto vivere che se ne sarebbe riparlato. Non so voi. Per me domenica sera, intorno alle 21, cascasse il derby milanese è previsto un minuto di silenzio. 

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