In Veneto una valanga per l’autonomia. Lombardia, l’affluenza si ferma al 40%

Plebiscito per i sì. Zaia sfonda il quorum e sfiora il 60%, venti punti in meno per Maroni
AP

Roberto Maroni


Pubblicato il 23/10/2017
milano

Il Veneto corre. La Lombardia segue distaccata. E il sindaco di Santa Lucia di Piave vicino a Treviso Riccardo Szumski guarda molto avanti. Al seggio ci va avvolto nel gonfalone con il Leone di San Marco: «Per il momento sono un cittadino italiano di nazionalità veneta. È un distinguo non banale». Come lui da ieri sera sono in tanti. Qualcuno s’è fatto pure 6000 chilometri per tornare a votare. Alle 19, con 4 ore di anticipo, i giochi sono fatti. Mica poco in un Paese dove mediamente va a votare uno su due. Luca Zaia, il Governatore che ha sempre creduto nell’autonomia della sua Regione incassa quasi il 60% dei voti e il 98% di sì: «Questo referendum non è una buffonata. Più di 2 milioni di veneti ci hanno dato un’indicazione importante. Ha vinto la voglia di essere padroni a casa nostra. A Roma se ne rendano conto».  

 

 

DOMANDE E RISPOSTE Che cosa succede ora? Serve l’ok del Parlamento  

 

Più faticosa la corsa in Lombardia. Il referendum è solo consultivo. Non c’è il quorum. Il mandato al Governatore per battere cassa a Roma è meno incisivo. Il Governatore Roberto Maroni che già pensa al bis a Palazzo Lombardia per l’anno prossimo non si arrende, malgrado abbia preso molto meno del 43% che lo aveva portato a Palazzo Lombardia. Si dice soddisfatto del voto elettronico ma a a mezzanotte ci sono solo le proiezioni: «Siamo sopra il 40%. Ringrazio i lombardi che hanno votato al 95% per il sì contro il 3% per i l no. Lombardia e Veneto possono fare la battaglia insieme. Sono 5 milioni di voti che metteremo sul tavolo con il governo».  

 

 

Vincono tutti e perde nessuno in questa sarabanda elettorale di fine ottobre che forse cambia la politica italiana. Matteo Salvini esulta: «Più di 5 milioni di persone chiedono il cambiamento. Meno sprechi, meno tasse, meno burocrazia. È una vittoria di chi vuole cambiare alla faccia di Renzi che invitava a stare a casa». I 5Stelle guardano a sostanza e metodo: «Vittoria della democrazia diretta. Ci vogliono più poteri alle regioni e servizi meglio tarati sui cittadini».L’unione fa la forza. Lombardia e Veneto insieme rappresentano molto e molto possono chiedere a Roma. Magari non quello che sognava un tempo il vecchio Umberto Bossi: «Il referendum è l’unica possibilità che abbiamo. Ma il mio sogno resta l’indipendenza». Di sicuro non succederà come in Catalogna, tirata in ballo assai a sproposito: dai sostenitori come chimera, dai detrattori come spauracchio. Il referendum è previsto dalla Costituzione. L’emendamento lo volle il centrosinistra. Ma oggi il Pd su questo ha i mal di pancia. Matteo Renzi minimizza: «Il referendum non porterà a una divisione. Ma vanno ridotte le differenze tra Nord e Sud». Il ministro Maurizio Martina dopo aver paventato improbabili secessioni, schifa la consultazione: «Solo uno spreco di tempo e danaro». Paolo Grimoldi della Lega in Lombardia lo impallina: «Stiamo zittendo il Pd che aveva invitato ad astensione». 

 

COMMENTO Un nuovo tassello nel mosaico dello scontento (Bei)  

 

 

Con questi risultati, su cui si assicurano litigi per giorni, da oggi toccherà anche al Pd fare i conti al suo interno. I sindaci di centrosinistra della Lombardia si sono espressi da subito per il sì. In testa quello di Bergamo Giorgio Gori. Non a caso la città dove si è votato di più. Anche Giuseppe Sala a Milano aveva detto sì. Poi ha preferito rimanere a Parigi a un summit sull’inquinamento e non ha votato. Col risultato che Milano è la città fanalino di coda delle affluenze. Mentre Roberto Maroni si toglie lo sfizio di punzecchiarlo a distanza: «Certo che uno sforzo poteva farlo...». Pure in Veneto il partito di Renzi si è schierato col sì. Simonetta Rubinato, parlamentare del Pd dopo essere stata sindaco di Roncade vicino a Treviso, ha scritto pure un libro sulle ragioni dei referendari: «Votare sì era anche un modo per riavvicinare i cittadini in questo momento di distanza di presa dalla politica». Mentre Laura Puppato aspetta il superamento della soglia minima per cantare vittoria: «Il quorum è stato raggiunto anche grazie all’indicazione del Pd del Veneto. La Lega non pensi di intestarsi questa vittoria». A Fratelli d’Italia il referendum non era piaciuto. Giorgia Meloni non snobba le urne: «Non sono stati un plebiscito. Adesso si facciano le riforme insieme coniugando presidenzialismo e federalismo».  

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