Maroni ridimensionato, Salvini incassa. E ora alza il prezzo con Berlusconi

Il leader cambia nome e simbolo e chiederà più collegi uninominali all’alleato
LAPRESSE

Al seggio Matteo Salvini ha votato alla periferia di Milano ieri mattina con i figli al seguito «Mentre purtroppo tra Barcellona e Madrid si litiga - ha detto - qua c’è un referendum legittimo, corretto, che ispetta la Costituzione e porta la politica più vicino ai cittadini»


Pubblicato il 23/10/2017
Ultima modifica il 23/10/2017 alle ore 08:37
ROMA

Roberto Maroni aveva capito che l’aria non era quella di una cavalcata trionfale e quindi, prudentemente, aveva tenuto bassa l’asticella dell’affluenza al 34%. Alla fine ha centrato un risultato soddisfacente, anche se non si tratta del boom fatto da Zaia nel Veneto. Questo risultato comunque non cambia i progetti di Matteo Salvini che considera il governatore lombardo ridimensionato. Il ragionamento del leader è che la Lega bossiana-maroniana attecchisce solo nei piccoli centri e in città come Bergamo che rimane la roccaforte della «vecchia Lega». Invece a Milano, città internazionale, aperta, gli elettori non hanno sentito come essenziale questo referendum. Nel Veneto è tutta un’altra storia. Secondo Salvini il risultato straordinario ottenuto da Zaia è legato ad un’altra tradizione e a un’altra storia.  

 

Zaia è legato al capo del Carroccio. Maroni è invece un avversario interno, troppo vicino a Berlusconi, che crea più difficoltà al disegno di una Lega Nazionale. Ora questo progetto può correre spedito verso un simbolo nuovo. Dopo l’approvazione della legge elettorale e il voto in Sicilia Salvini proporrà al Consiglio federale di cambiare nome. Si chiamerà semplicemente Lega, ma nel simbolo ci sarà pure il nome Matteo Salvini. Non è stato ancora deciso se aggiungere «Matteo Salvini premier», ma la tentazione a via Bellerio è molto forte. Un simbolo e un nome che sarà presente in tutto il territorio nazionale e verrà usato anche dalle liste che finora si sono chiamate «Noi con Salvini». 

 

Una metamorfosi verso una destra nazionale alla quale in questi anni il giovane leader ha dato impulso portando il Carroccio a percentuali tra il 13 e il 15%. Contrastato da Bossi e da Maroni che con questo referendum ha cercato di ancorare la Lega alle origini, anche se il tema indipendentista è stato superato da tempo anche dallo stesso governatore lombardo. Il punto è che l’articolo 1 dello statuto leghista contiene ancora l’obiettivo dell’indipendenza della Padania. Un carattere originario destinato ad essere cancellato. La minoranza del Carroccio non vuole che si tocchi, ma Salvini è deciso a levarlo e portare a termine la metamorfosi. L’articolo 1 verrà riscritto dopo le elezioni politiche. Intanto il primo passo, con la cancellazione della specificità “Nord” accanto al nome Lega. «È un processo inevitabile», spiega Giorgetti, braccio destro del segretario. «Al di là del nome e dello statuto - ragiona Armando Siri, ascoltato consigliere del leader - bisogna imprimere discontinuità con il passato». Ora che Maroni è più debole la strada sembra spianata e non sarà certo il governatore veneto Zaia a mettersi contro.  

 

Salvini potrà sedersi con Berlusconi al tavolo della trattativa con maggiore sicurezza. Dovrebbero vedersi venerdì prossimo, salvo ulteriori slittamenti. Ma l’appuntamento clou sarà quando dovranno essere assegnati i collegi uninominali nel centrodestra.  

 

Per motivi diversi anche Fratelli d’Italia sono soddisfatti dei risultati non eccellenti in Lombardia. Dice Giorgia Meloni: «I referendum non sono stati un plebiscito ma per noi il punto è un altro e prescinde dai numeri e dalle percentuali: in una Nazione che si rispetti le riforme costituzionali si fanno tutti insieme e non a pezzi, per il bene di tutti e non per assecondare l’interesse particolare». Ora, aggiunge Meloni, bisogna lavorare per una proposta di riforma dello Stato che coniughi presidenzialismo e federalismo e non metta in discussione l’Unità nazionale. 

 

Nei giorni scorsi Meloni aveva detto che questa consultazione «è solo propaganda». Maroni si era arrabbiato, minacciando ripercussioni sulla tenuta dell’alleanza in Lombardia. Ignazio La Russa aveva cercato di stemperare la tensione: lui sarebbe andato a votare sì. Ma ieri, guarda caso, si trovava in Sicilia per la campagna elettorale. E visti i risultati della Lombardia ora sostiene che «non era il caso di scaldarsi troppo».  

home

home

I più letti del giorno

I più letti del giorno