Neonata siriana morta a Domodossola, gendarme svizzero a processo a Berna

Sarà il tribunale militare a giudicare il responsabile del rimpatrio del gruppo di 36 profughi

La mamma di Sara era stata soccorsa in stazione a Domodossola


Pubblicato il 10/11/2017
Ultima modifica il 10/11/2017 alle ore 12:17
DOMODOSSOLA

Si svolgerà in tre giorni - dal 22 al 24 novembre - dinnanzi alla quarta sezione del tribunale militare di Berna, presieduta dal colonnello Alberto Fabbri, il processo a carico della guardia doganale svizzera responsabile del rimpatrio di 36 siriani compresa parte la mamma di Sara, la neonata nata morta all’ospedale di Domodossola il 4 luglio 2014. I capi di accusa saranno definiti a processo, ma l’accusa formulata dal giudice istruttore militare parla di mancata assistenza di persona in pericolo, messa in pericolo della vita altrui e mancato rispetto delle disposizioni previste dai regolamenti. 

 

 

L’imputazione però potrebbe essere riqualificata in omicidio: molto dipende dall’esito delle perizie chieste per accertare se il decesso del feto risale o meno alle ore in cui la donna era stata trattenuta in Svizzera.  

 

 

I 36 richiedenti asilo - in fuga dal loro Paese in guerra - dopo essere sbarcati in Italia, aver transitato da Perugia e Milano, avevano tentato di raggiungere parenti in Germania passando dalla Confederazione. Al confine con la Francia, a Vallorbe, erano stati respinti. Le guardie francesi li avevano affidati a quelle svizzere perché venissero riaccompagnati - secondo gli accordi internazionali in vigore - in Italia, primo Paese in cui erano giunti nel loro disperato viaggio della speranza.  

 

 

La polizia di Domodossola era stata avvertita dai colleghi di Briga dell’arrivo dei migranti irregolari, ma nessuno aveva segnalato che tra loro c’era una donna incinta di 7 mesi che perdeva sangue e avvertiva dolori all’addome. Appena scesa dal treno alla stazione domese Suha Al Hussen, 22 anni - accompagnata dal marito Jneid, insegnante di lingue di 33 anni - venne soccorsa e con l’ambulanza portata in ospedale: dopo qualche ora partorì una bambina senza vita. Stando all’autopsia effettuata al San Biagio, la morte risaliva a dieci-dodici ore prima. La donna in effetti aveva detto di aver sentito la piccola muoversi quando si trovava in Svizzera: erano poi sopraggiunti i dolori e l’emorragia durante le ore in cui era stata trattenuta in una stanza dalle guardie elvetiche. La coppia di Aleppo aveva riportato alle autorità italiane di aver chiesto aiuto, senza ricevere in Svizzera nessun tipo di soccorso. 

 

 

L’appartenente al corpo delle guardie di confine accusato è il responsabile della procedura di accompagnamento, per la quale vennero impiegati 15 agenti, che scortarono i 36 sul treno in arrivo a Domodossola alle 17,15. I due siriani furono ospitati per qualche giorno nella casa di riposo di via Romita dall’amministrazione domese, che si premurò anche di dare sepoltura alla piccola, tumulata nell’area dedicata alla persone di religione musulmana al cimitero cittadino. 

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