Nel libro dei Calamai le gesta dei cavalieri iberici


Pubblicato il 11/11/2017
Ultima modifica il 11/11/2017 alle ore 07:47

Fondamentalismi e amori impossibili. Al tempo della «Reconquista» quando nel 1492 dopo 8 secoli i musulmani furono cacciati dalla Penisola iberica dai Re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona lui, l’hidalgo Diego de Mesa, era tra i cavalieri cristiani, partiti alla conquista di Tenerife, l’ultima isola delle Canarie non ancora sottomessa alla Castiglia. Lei era Clara Fonseca, la bella figlia di un conversos, un medico ebreo che con la sua famiglia si era convertito per cercare di sopravvivere alle persecuzioni dell’Inquisizione (a Siviglia nel 1480 mille ebrei finirono sul rogo e 2 anni dopo l’editto reale dell’Alhambra impose la cacciata dalla terra di Sefarad di tutti i judios).  


Diego un cristiano viejo e Clara la conversa sono i protagonisti di una storia d’amore impossibile nell’affascinante libro La mantella rossa (Lepre edizioni) scritto da due discendenti dell’hidalgo (Clara è invece un personaggio inventato): la scrittrice Domitilla Calamai e il suo papà, Marco Calamai de Mesa, un uomo dalla biografia non meno epica di Diego. Settantasette anni, sangue genovese-fiorentino-spagnolo (suo padre un ufficiale della Regia Marina sposò Natalia de Mesa, cosmopolita signora nata a New York da un aristocratico spagnolo e da una señora cubana) l’ingegnere elettronico Calamai de Mesa è stato sindacalista nella Fiom di Bruno Trentin, giornalista a «L’Unità» e «Rinascita» e militante nel Pci fino alla rottura nel 1981 («Mi censurarono un articolo sull’invasione sovietica della Polonia in cui paragonavo Jaruzelski a Pinochet!»). E ancora. Funzionario Onu in America Latina e Medio Oriente era il responsabile per l’Italia della ricostruzione nella provincia di Nassiriya in Iraq fino alla sua clamorosa denuncia sull’occupazione Usa (dal suo «Diario a Nassiriya» è stata tratta la miniserie tv con Raul Bova).  

 

Spiega Calamai: «La mantella rossa è romanzo storico con elementi di fiction ambientato in quel fatidico 1492. E’ l’anno della sconfitta dell’Islam; Colombo scopre l’America; a Roma diventa Papa il valenciano Alessandro VI Borgia; la Castiglia è lo Stato più potente al mondo e, dopo secoli di sostanziale convivenza, gli ebrei vengono cacciati». Intolleranza verso le minoranze, fanatismi, mito de la «limpieza del sangue», orrori dei crociati e dell’Inquisizione (persino chi veniva sorpreso a usare l’olio invece dello strutto rischiava il rogo) e la tragica figura dei conversos. Non a caso i Calamai sono stati già invitati a presentare il loro libro alla Sinagoga di Siena, alla Comunità ebraica livornese e il 20 novembre saranno al Museo ebraico del Tempio Maggiore di Roma. Domitilla autrice dei romanzi Tutta colpa di Fidel e Vado via racconta: «In casa di papà a Madrid - sopravvissuto a vari traslochi - c’era un antico testo sui de Mesa. Si risaliva fino al 1200; si narrava di Diego. Le battaglie dei cavalieri per liberare l’Andalusia dagli arabi, la sanguinaria crociata nella Canarie abitate dai guanche. E’ stato papà a offrirmi di ricostruire quell’epoca e di narrare questa storia. Abbiamo fatto molte ricerche; siamo andati insieme in Andalusia. C’è stata una tale intesa che scrivevamo a turno su un solo computer. Lui è uomo molto divertente».  

 

Le fa eco Marco: «Studiare le nostre origini ci ha fatto riscoprire in una dimensione nuova, da adulti». Poi Calamai, in questi difficili giorni per la Spagna, riflette: «Dopo gli 8 secoli di lotte con gli arabi i Re Cattolici decisero d’eliminare le minoranze pensando di unificare il Paese attorno a un unico ideale politico e religioso. E’ in quel periodo che nasce quel mondo rigido, schematico che ha come collante il cattolicesimo e che, dopo un lunghissimo processo, ha la sua fase culminante nel franchismo. Da sempre la Spagna è terra che ospita genti diverse che non sono mai riuscite a trovare un terreno d’accordo! Trattasi di fondamentalismo ispanico. Una durezza che oggi ho rivisto in Felipe erede di quei Re Cattolici. Invece di fare un appello all’accordo, alla comprensione reciproca ha sposato la linea del governo Rajoy e lo dico senza nascondere tutti i limiti e gli errori del fenomeno catalano». 

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