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Cultura
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 12/11/2017.
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Nelle barbe di Gilbert & George le paure e i tabù del nostro tempo

La coppia più provocatoria dell’arte inglese parla della mostra alla galleria newyorkese Lehmann Maupin: 35 opere dell’ultima serie

L’idea ci è venuta a Natale di due anni fa. In televisione facevano vedere fili spinati, barriere, muri creati in Europa per difendersi, così abbiamo pensato di cominciare il nostro progetto sulle barbe», racconta Gilbert Prosch, arrivato a New York insieme al suo partner George Passmore, per presentare da Lehmann Maupin trentacinque dei loro quadri giganti dedicati a questo tema. Per le cronache, da mezzo secolo a questa parte, sono Gilbert & George, un duo indivisibile, con uno scopo comune: fare scendere l’arte dalla torre d’avorio, portarla per le strade, provocare, denunciare, dissacrare, raccontare con ironia e compassione, scuotere chi guarda per coinvolgerlo. 

 

«Dopo avere guardato un nostro quadro, l’idea è che uno chiude gli occhi e ascolta le sensazioni che prova», spiega George con lo sguardo ancora curioso di un bambino dietro la montatura di tartaruga, nel suo abito di tweed color ruggine, quello di Gilbert, invece è nello stesso tessuto, ma color verde bosco. Il loro sarto è greco, ma si fa chiamare Nicolas of London, vive a due passi dalla casa dove vivono al numero 12 di Fournier Street, nel quartiere di Spitalfields, a Est di Londra.  

 

«A Spitalfields è come vivere in una miniatura del mondo», fa notare George, ecco perché poi non hanno sentito mai il bisogno di allontanarsene. Le loro giornate sono scandite da cinquant’anni sul binario della disciplina, dei riti quotidiani. Lavorano sedici ore al giorno, vedono pochi amici, vanno al solito ristorante, alle sei e venti del mattino leggono il quotidiano «per vedere chi è il nemico del giorno», ironizza George. 

 

«Per il progetto delle barbe abbiamo selezionato diecimila foto - spiega Gilbert - poi le abbiamo raccolte in cartelle differenti. Naturalmente usiamo solo quelle fatte da noi», ci tiene a sottolineare. «Non le scattiamo mai a caso. Abbiamo sempre un tema, un filo conduttore», aggiunge George. Parlano alternandosi, come se seguissero un copione prestabilito. Nessuno dei due interrompe l’altro. Il loro discorso ha la continuità di un unico soggetto, in realtà sono due esseri umani ben distinti. Uno, Gilbert viene da San Martin, in Val Badia, dove la sua lingua madre è il ladino, «più antica dell’italiano», mi fa notare. L’altro, George, è nato nel 1942 (ha un anno più di Gilbert) a Plymouth, in Inghilterra. S’incontrarono studenti a Londra alla St Martin School of Art nel settembre del 1967: «Fu un amore a prima vista», confessa George. Quella della barba non voleva essere una scelta ispirata solo alla moda del tempo, ma un tema antropologico prima e sociologico poi, con tutte le implicazioni psicologiche che seguono. Attraverso la barba, rappresentata, sempre con loro come protagonisti, in maniera grottesca, violenta, disturbante, sinistra e surreale denunciano e accendono i riflettori sulle barriere, i tabù, le paure del nostro tempo, ma segnalano anche elementi che invece di separarci dovrebbero accomunarci.  

 

Subito dopo New York, Gilbert e George voleranno a Parigi, dove un’altra mostra sulla barba, ma con altri quadri, si apre alla galleria di Thaddaeus Ropac, poi a Bruxelles da Albert Baronian, a Napoli da Alfonso Artiaco (allievo di Lucio Amelio), ad Atene da Bernier Eliades. «andremo dove ci porterà la barba», commenta George con i suoi pallidi non-ti-scordar-di-me all’occhiello e la voce pacata. «E poi c’è la nostra opera», aggiunge con eccitazione. The Naked Shit Songs, ispirata alla loro serie The Naked Shit Pictures, ha debuttato ad Amsterdam lo scorso mese di giugno con musica di Huba de Graaff. «Una grande musicista - osserva George - Come libretto ha usato il testo dell’intervista che ci fece nel 1996 Theo van Gogh. Si arrabbiava con noi perché non ci scagliavamo contro l’Islam. Ma lui è morto e noi siamo ancora qui». L’opera è un concentrato di arte, sesso, religione, Islam, tolleranza, amore e morte. Faccio un tentativo di farli reagire. E Trump?, chiedo, a proposito di muri e di barriere. Non raccolgono. «New York sembra un cantiere in ebollizione. E poi l’Europa non è certo messa meglio». Il prossimo progetto? E alla White Cube di Londra. Si intitola Fuckosophy, ovvero filosofia del vaffanculo. 

Fiamma Arditi
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