Italia, carbone addio

Positive reazione a Bonn all’impegno italiano di uscire dal carbone entro il 2025

Pubblicato il 12/11/2017
Ultima modifica il 12/11/2017 alle ore 11:48

Positive reazione a Bonn all’impegno italiano di uscire dal carbone entro il 2025  

Anche alla COP23 di Bonn sul Clima è arrivato l’eco della dell’impegno «politico» italiano di uscire dal carbone entro il 2025. Dopo che 6 paesi su 7, al G7 a presidenza italiana, hanno tenuto duro sull’Accordo di Parigi, un altro momento di visibilità internazionale, in positivo, per il nostro Paese.  

 

Gli osservatori stranieri sanno che per ora si tratta di una promessa, che vanno adottati tutti i passi normativi perché diventi realtà. Pure, qui a Bonn di carbone si discute molto: è il combustibile fossile più inquinante, a più alte emissioni di CO2, su cui si investe meno che in passato anche in Paesi tradizionali grandi consumatori, come la Cina. E’ anche il primo combustibile fossile il cui uso deve terminare presto, se vogliamo perseguire davvero l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di rimanere entro 1,5 gradi centigradi di riscaldamento globale. Per questo, i Paesi meno dipendenti dal carbone devono iniziare a fare la loro parte, cioè a fissare una data di uscita, il più presto possibile, anche per avere le carte in regola per dialogare con i grandi consumatori.  

 

Devo dire che il WWF ha avuto nei ministri Galletti e Calenda un ascolto attento e molto reattivo. Non la pensiamo sempre allo stesso modo sul percorso per decarbonizzare l’Italia, specie sul ruolo del gas, e come WWF riteniamo ancora timido anche l’approccio all’azzeramento delle emissioni. La Strategia Energetica Nazionale non è stata pensata con una traiettoria a lungo termine di azzeramento delle emissioni al 2050, in modo da adeguare le tappe intermedie (come il 2030) a tale obiettivo. Pure, sono stati fatti progressi significativi e il phase out del carbone per la produzione di energia elettrica (e speriamo non solo) è un grande passo in avanti, specie accoppiata al 55% di rinnovabili nel settore elettrico. 

 

Il tono un po’ ultimativo del ministro Calenda nella conferenza stampa sappiamo essere parte del suo carattere: però non abbiamo intenzione di fare sconti sulla necessità di capire come limitare al massimo le infrastrutture del gas. Oggi che la transizione è iniziata, investire in un combustibile fossile, benché un po’ meno inquinante del carbone, vorrebbe dire condannarsi a una dipendenza difficile da eliminare; soprattutto, che finirebbero per pagare i consumatori, per di più senza ritorno. Non è nostro costume dire no per partito preso: ma occorre definire bene le esigenze, e poi fare le liste. Anche perché più rinnovabili vuol dire meno fabbisogno non solo di carbone, ma anche di gas, con vantaggi indubbi anche dal punto di vista della dipendenza energetica. 

 

Da domani il WWF è determinato a fare in modo che quello che nella brochure sulla SEN viene descritto come un «impegno politico» diventi realtà: lo dobbiamo a tutti quei cittadini che in questi anni si sono battuti contro il carbone, a coloro che ne hanno subito le conseguenze sulla propria salute, ai gruppi e alle associazioni che con noi hanno chiesto la fine del carbone. Abbiamo elaborato rapporti e commissionato studi per consigliare le misure da prendere, non solo detto no: si può indicare un carbon floor price nazionale, vale a dire un prezzo aggiuntivo per le emissioni di CO2 da aggiungere a quello, attualmente troppo basso, dello schema ETS della UE; si può stabilire un limite di emissioni, in modo da tagliare fuori i combustibili che emettono troppo CO2 e le centrali inefficienti. Ora vorremmo vedere una politica che persegue quello che decide. Molti dubbi dobbiamo ancora chiarirci, e metteremo la SEN tra le letture serali dei prossimi giorni. Per intanto, siamo certi che sentiremo ancora parlare dell’impegno italiano di uscita dal carbone («Phase out» in inglese) qui a Bonn.  

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