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Cultura
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 13/11/2017.
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Il penitente di Barbareschi contro i mostri creati dai media

«Il penitente», ultimissima commedia di David Mamet, racconta in 90 minuti filati la vertiginosa discesa sociale di uno psichiatra, tale Charles, attraverso una serie di dialoghi tra lui e di volta in volta sua moglie, il suo avvocato, di nuovo sua moglie, di nuovo il suo avvocato, di nuovo sua moglie, un altro avvocato... otto in tutto. Dato che come spesso in Mamet i dialoganti si interrompono a vicenda e quindi di rado finiscono le frasi, ci mettiamo un po’ prima di capire di che si tratta. Ma poi un’idea ce la facciamo.  

Inizialmente Charles è attaccato dalla stampa che gli attribuisce, falsamente, una frase omofoba tolta da un vecchio articolo. Charles potrebbe ottenere una smentita, ma questo non gli basta, e così si impegola in una lite contro il potente quotidiano. Poi però si capisce che l’ostilità del giornale e non solo viene in realtà dal caparbio rifiuto opposto da Charles di testimoniare a difesa di un suo ex paziente. Costui sembra ingiustificabile - è un ragazzo, sempre innominato, che ha fatto una strage - e a Charles si chiede dopotutto solo di deporre sulle sue condizioni mentali. Ma Charles considera questa una violazione del segreto professionale e quindi tiene duro, trovandosi sempre più solo e screditato; infine è costretto addirittura alle dimissioni.  

 

Sì, apprenderemo che la sua ostinazione aveva un altro motivo. Ma ormai la vicenda ci ha stancati, così come ben poco ci hanno appassionato le conseguenze dell’autoemarginazione di Charles su sua moglie, personaggio che dà poche occasioni di farsi valere anche a una attrice energica come Lunetta Savino. Davanti alla monotonia degli scambi, col loro unico lento movimento discendente, chi scrive confessa di aver pensato a una esecuzione poco ispirata. Dopo avere letto però è costretto a dichiarare che, al contrario, la regia e anche l’interpretazione di Luca Barbareschi, questa in chiave di dolente smarrimento, fanno il possibile per giustificare il lavoro, arrivando persino a proclamarlo una denuncia del cinismo con cui i media creano dal nulla dei mostri.  

 

Ma anche se vistose proiezioni accanto al palco ci accolgono mostrandoci vittime di casi celebri, ben poco nel copione combatte il sospetto che questo debole, irresoluto Charles non si sia meritato quello che gli capita, né i pallidi sparring partner del protagonista compensano la sua mancanza di spessore. 

 

Masolino d’Amico
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