Gas e petrolio bloccano di nuovo la riforma dei Parchi

C’è una relazione del Mise e del Mef che avverte: il ddl parchi, così com’è scritto, non va bene. Un giallo?


Pubblicato il 13/11/2017
Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 17:54

Non sono bastate le modifiche fatte alla Camera in materia di attività minerarie perché la legge di riforma dei Parchi naturali, attualmente in mano al Senato, passasse indenne dal giudizio del ministero dello Sviluppo economico e della Ragioneria di Stato. Il testo, così com’è scritto, determina incertezza per le attività di estrazione di gas e petrolio e causa un buco nelle casse dello Stato a cui occorre rimediare. Dopo un iter lungo sette anni, il rischio è che il provvedimento resti impigliato tra le commissioni competenti senza vedere mai la luce.  

 

Facciamo un passo indietro. A giugno la Camera ha licenziato il disegno di legge che aggiorna e modifica la legge 394/91 sulle aree naturali protette, dopo un lungo percorso costato non poche polemiche e qualche compromesso con le lobby industriali e ambientaliste. Il risultato finale è un testo che, in materia di autorizzazioni per l’estrazione di gas e petrolio, vieta ogni nuova attività nel territorio del parco e in quelle che definisce “aree contigue”, mentre tutela le operazioni già in corso a patto che le società petrolifere versino un contributo economico una tantum all’ente parco.  

 

Una soluzione che non è piaciuta a diverse associazioni ambientaliste, in primis il Wwf, che per questo e per altri motivi definisce la legge “un passo indietro” rispetto alla tutela della natura. “Non parlerei di compromessi – specifica però Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente alla Camera – Con quell’emendamento il testo semmai ribadisce una situazione che c’è già attualmente”. Il riferimento è alla Val D’Agri, che è di fatto l’unica area (tra i 24 parchi nazionali italiani, che rappresentano il 10 per cento del territorio italiano) in cui coesistono un parco naturale e delle attività estrattive. Un tesoretto che frutta alle casse della Regione Basilicata circa 53 milioni di euro all’anno. C’è poi il discorso delle aree contigue, che interessa invece le attività nei pressi del Parco del Cilento, che per come è redatta oggi la legge andrebbero definite insieme alle Regioni. A quanto pare è proprio su questo aspetto che si è arenata la discussione. C’è infatti una relazione tecnica del ministero dello Sviluppo economico che evidenzia alcune interferenze tra le aree oggetto di divieto e le attività in essere e rileva che potrebbero esserci delle perdite economiche per le casse dello Stato se al testo di legge non si apportano delle modifiche.  

 

Dal Mise assicurano che le valutazioni riguardano solo le “attività minerarie ad oggi esistenti” e non le nuove autorizzazioni. La relazione non è ancora arrivata in Senato, eppure i relatori sanno bene di cosa di tratta. Per la commissione Bilancio, che dovrà formulare un parere sulla base di questi dati tecnici, non è una questione di merito ma solo economica: “Si potrà scegliere se coprire le entrate mancanti oppure se modificare la norma”, spiega il relatore in commissione Mauro Del Barba. Mentre in commissione Ambiente, il relatore Massimo Caleo garantisce: “All’interno della legge che modifica la 394 non ci sarà nessun ampliamento di concessioni, neanche un secchio di petrolio e gas in più”. Ma le attività esistenti non erano già tutelate? “Evidentemente le modifiche apportate dalla Camera hanno determinato incertezza – continua Caleo – e a noi toccherà fare chiarezza, modificando il testo su due punti: il primo relativo alle aree contigue e il secondo sul finanziamento a Ispra, che comporta maggiori oneri per lo Stato. Non so dirle ancora come lo modificheremo ma dovendo intervenire approfitteremo per fare ulteriori correzioni e miglioramenti”.  

 

Viene da pensare che il problema sia legato alla formulazione inesatta di alcuni passaggi, che potrebbero generare cortocircuiti nella loro applicazione, ma resta il paradosso che una legge considerata dagli ambientalisti più radicali troppo “filo industria” sia ora bloccata perché non abbastanza tutelante delle attività industriali. E ora che tutto il testo è di nuovo in discussione, si apre una finestra anche per le richieste di quelle associazioni che criticano l’impianto generale della legge. Approvata la finanziaria, che oggi concentra su di sé tutta l’attenzione del parlamento, i relatori promettono di riprendere la discussione. “Mi auguro che entro questa legislatura ci sarà il tempo per una lettura definititiva senza ulteriori modifiche anche da parte della Camera”, dice ottimista Caleo.  

 

Intanto, mentre tutto è fermo intorno alla questione delle estrazioni di idrocarburi – che forse è utile ricordare, è normata dal resto della legislazione vigente che già tutela su questi temi le aree protette – la Federazione italiana dei parchi si sta mobilitando per sollecitare l’approvazione della riforma. FederParchi ha preparato un appello da presentare al Governo, sostenuto da un centinaio di firme fra presidenti, dirigenti di Parco e sindaci. “Dispiace perché sono anni che si lavora a questa riforma che contiene tantissimi aspetti utili e importanti per i parchi”, spiega il presidente Giampiero Sammuri. Di 24 parchi nazionali soltanto 6 hanno gli organi direttivi completi, tra presidenza, consiglio e direzione. Una situazione che blocca lo sviluppo di molte attività e che con la nuova legge verrebbe risolta. “Un parco deve porre delle limitazioni per la tutela della biodiversità. Non riguarda solo le estrazioni petrolifere, ma anche le altre attività industriali e lo sviluppo urbanistico. Se lo Stato per una valutazione politica decide di salvaguardare il 10 per cento del suo territorio [a tanto ammontano le aree dei parchi naturali, ndr] per tutelare la natura, le altre attività si svilupperanno nel restante 90 per cento”. In ballo c’è un potenziale economico enorme, non solo per rafforzare le attività imprenditoriali che già esistono – tra agricoltura, commercio e ristoranti che secondo Unioncamere animano oltre 68mila imprese – ma anche per svilupparne di nuove in un contesto di tutela del patrimonio naturale.  

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