Tonno rosso, è guerra tra ambientalisti e pescatori

La commissione internazionale rialza i limiti alle catture dopo 10 anni di blocco. Il Wwf: troppo presto


Pubblicato il 13/11/2017
Ultima modifica il 13/11/2017 alle ore 07:40
torino

Dopo dieci anni di ami e reti rimasti fermi e barche per la pesca finite a rottamare, riparte la guerra sul tonno rosso. La commissione internazionale che nel 2007 intervenne per fermare una caccia indiscriminata al «re di tutti i pesci», come lo definì Ernest Hemingway, intende rivedere al rialzo le quote dei limiti alla pesca. Ed è braccio di ferro tra gli ambientalisti e i pescatori. 

 

Oggi il tonno rosso, grazie allo stop imposto allora, e nonostante la pesca di frodo, è tornato nel Mediterraneo quasi al suo livello ottimale. E pensare che solo 10 anni fa sembrava spacciato: i banchi si erano ridotti anche dell’80 per cento. Si temeva persino l’estinzione. Il tonno rosso è molto più pregiato di quello tropicale, a pinne gialle, che finisce nelle scatolette. Quello rosso rifornisce il mercato giapponese del sushi, per questo è ricercatissimo. 

 

Da domani al 22 novembre si riunirà in Marocco l’Iccat, acronimo della commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi nell’Atlantico: terminato il piano di recupero, deciderà di quanto alzare l’asticella. E il Wwf lancia l’allarme contro il «profitto a breve termine». Già dal 2014 a oggi le quote di pescato consentito sono aumentate ogni anno del 20%, fino alle 23mila tonnellate di quest’anno (dalle 60 mila del 2007). «Si è fatto un ottimo lavoro fin qui, non bisogna vanificarlo: si discute di un drastico aumento delle catture, che il comitato scientifico porta a 36mila tonnellate nel 2020, più del doppio del 2015: così si compromette il pieno recupero della popolazione di tonno», dice Alessandro Buzzi, responsabile dei progetti di pesca per il Wwf. Secondo cui gli scienziati si contraddicono: «Nel loro stesso parere avvertono che così il tonno rosso diminuirà nuovamente». L’associazione fa la sua proposta: portare le tonnellate a 28 mila, non una di più, entro il 2020. 

 

 

Alla tonnara di Favignana gli anni ruggenti dei tonni rossi intorno a cui ruotava l’economia dell’isola sono solo un ricordo buono per i tanti turisti che la visitano. Dapprima ha pesato il drammatico calo dei banchi, poi lo stop alla pesca. Ma non solo le tradizionali tonnare - in Italia ce ne sono ancora sei autorizzate, ma solo la metà sono attive, secondo il Wwf - sono in crisi. Gli armatori bloccati dalla moratoria hanno più volte protestato, sentendosi gli ultimi mohicani del mare. Il settore ha vissuto una tale crisi che i pescatori stessi si sono sentiti in via d’estinzione. Un pescatore di Imperia, alla terza generazione, racconta che solo due settimane fa un collega ha ricevuto un verbale da migliaia di euro per aver pescato un tonno rosso: «Ci vogliono far morire», dice. «Oggi basta uscire dal porto per vedere i tonni rossi, rompono le reti, mangiano le acciughe», dice Barbara Esposto. Fa parte di Legacoop pesca Liguria e parteciperà, come osservatore, al tavolo di Marrakech: «Siamo per un forte rialzo dei limiti, che non vuol dire liberi tutti. Non dobbiamo vanificare i sacrifici». Ma giudica inaccettabile la proposta del Wwf, troppo al ribasso. In Marocco saranno anche altre le questioni, ad esempio le quote consentite non solo in Europa, ma in ogni singolo Paese. «Pensiamo anche che debba essere finalmente favorita una parte di flotta finora penalizzata dalle regole, la piccola pesca artigianale, con le imbarcazioni più piccole». Un’altra battaglia riguarderà la scelta di riservare una parte della quota a «pescherecci di pesce spada, che usano la stessa esca per i tonni». Il motivo? Da quest’anno il sistema delle quote è stato introdotto anche per il pesce spada, «penalizzando le aziende», dice Esposto. Un’altra specie, lo spada, «sovrasfruttata negli ultimi 30 anni - dice il Wwf nel benedire i limiti di cattura - ma si dovrebbe fare di più». 

 

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