Tutti a casa: l’Italia è fuori dal Mondiale di calcio

A San Siro finisce 0-0 contro la Svezia che elimina gli azzurri. E il fallimento di una gestione tecnica e federale: il ct Ventura a fine ciclo, Conte o Ancelotti i possibili sostituti
AP

Gli azzurri a terra al fischio finale dopo l’eliminazione contro la Svezia


Pubblicato il 14/11/2017
milano

Non è finita finché non è finita. Ma stavolta è proprio finita. L’Italia non andrà ai Mondiali e rinnova l’onta a sessanta anni dall’ultima volta: segnatevele queste due edizioni, 1958 e 2018. Ma soprattutto segnatevi data e luogo da scrivere sulla lapide: 13 novembre, Milano. Qui è (ri) morto il calcio italiano. 

 

C’è delusione e tanta rabbia. San Siro non ha fatto il miracolo pur se questa Nazionale non è stata nemmeno lontana parente di quella scialba vista a Stoccolma. Ventisette tiri in porta, 40 cross, il 76% di possesso palla, ma non aver fatto un gol alla Svezia in 180’ è una condanna senza appello, meritiamo di stare a casa.  

 

 

Ventura le ha provate tutte, gli azzurri hanno finito con 4 attaccanti (El Shaarawy, Bernardeschi, Immobile e Belotti) più l’aggiunta di Bonucci, più Buffon nell’ora della disperazione ma nessuno ha schiacciato il tasto giusto, la lampadina è sempre rimasta spenta. Poi si potrà raccontare di un arbitraggio imbarazzante, c’erano almeno due rigori per parte (Var dove sei?) ma sono coriandoli della cronaca. Di una voglia che forse non si era mai vista, ma sono accessori di una disfatta. Via l’emozione, è meglio chiamare le cose con il loro nome. In Russia ci va la Svezia e con merito. Il resto non conta. Dunque torniamo al Medioevo. Certo, magari da qui al 2022 vinceremo la Champions, ma è un’altra cosa, è il calcio dei club dove ognuno fa per sè, dove la quota di italiani in squadra è sempre più risibile anche se poi individuare nella percentuale di stranieri la fonte dei problemi è una strada, ma non l’unica. A livello di nazionali non tocchiamo palla dal 2006. Con i club siamo a secco dal 2010, la Champions dell’Inter. 

 

 

La prima telefonata  

Insomma, prima o poi il botto dovevamo aspettarcelo. E’ arrivato e ora, senza fasi prendere dal panico, bisogna capire da dove ripartire e, soprattutto, con chi. 

Prima operazione: salutare Giampiero Ventura, ringraziarlo per l’impegno che ci ha messo ma dimenticare al più presto la sua gestione. L’esperienza da ct si è rivelata più grande di lui, quindi c’è da trovare il sostituto. Condizione di partenza: l’esperienza in una grande squadra, il maestro ha fallito, torniamo ai professori. 

 

 

I nomi? Antonio Conte è stata l’invenzione di Tavecchio e, nonostante il Milan lo tenti per il dopo Montella, sarà il destinatario della prima telefonata. Dovrà ricostruire, non più solo costruire. L’altro nome è Carlo Ancelotti: ha la faccia giusta, il curriculum sterminato, il desiderio più volte espresso di allenare la Nazionale. L’ingaggio di Ventura è di un milione e 400 mila euro a stagione. Loro per meno del triplo non alzano nemmeno il telefono, ma la qualità, signora mia, si paga. Conte non potrebbe arrivare subito, al netto delle mattane di Abramovich, e allora via con il traghettatore (Di Biagio?). Ancelotti sì: per questo un tentativo va fatto. Da tenere d’occhio anche Claudio Ranieri: da Nantes punta a tornare in Premier, ma costa (relativamente) meno degli altri due e fu già sondato prima di Ventura. 

 

 

La notte di San Siro  

Già, ma chi lo sceglie il nuovo ct? Tavecchio si è inventato Conte (soprattutto la formula per pagarlo) ma pure Ventura. Quindi? La Var e i conti in ordine nonostante i tagli sono le medaglie più lucide, ma un presidente la cui nazionale non centra un mondiale a 32 squadre ha una sola via per far dimenticare la macchia: dare le dimissioni. Lui non si sfilerà tanto facilmente e rimuoverlo sarà ancora più dura. Mettere un uomo forte al suo fianco, un padre della patria. A San Siro si è rivisto Paolo Maldini. Ha fatto capire che sarebbe pronto ad assumere un incarico federale. Diamoglielo. La notte su San Siro è nera come il carbone. Saranno giorni lunghi prima di una nuova alba. 

 

 

 

 

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