Il tumore al pancreas fa paura a pazienti e medici: tutti gli sforzi vanno verso diagnosi più veloci


Pubblicato il 16/11/2017
Ultima modifica il 16/11/2017 alle ore 09:36

Particolari novità terapeutiche non ce ne sono: a dare una speranza è soltanto la possibilità di scoprire la malattia quanto prima, cosa che accade di rado e molto spesso in maniera fortuita.  

 

Quest’aspetto, combinato all’aumento delle diagnosi (+ 60 per cento negli ultimi quindici anni), permette di spiegare perché il tumore del pancreas rappresenti un nemico che i pazienti e gli oncologi affrontano quasi sempre con il timore di essere sconfitti. Su questo terreno, la partita è dunque ancora tutta da giocare. Prevenzione, diagnosi precoce, risposta terapeutica: di progressi da fare ce ne sono ancora tanti, prima di sconfiggere una forma di cancro che oggi consente soltanto a otto pazienti su cento di essere vivi a cinque anni dalla diagnosi. 

 

Negli uomini tre casi su dieci provocati dal tabacco  

I riflettori sul tumore del pancreas, di cui si prevedono 13700 nuove diagnosi entro la fine dell’anno, tornano ad accendersi in occasione della giornata mondiale dedicata alla malattia.  

 

Il primo fronte, come detto, è quello della prevenzione: fumo, obesità, età e sedentarietà rappresentano i principali fattori di rischio. In particolare alle sigarette è riconducibile all’incirca il trenta per cento delle diagnosi maschili e il dieci per cento di quelle femminili.  

 

Il secondo è quello della diagnosi precoce. Al momento, come dichiara Giampaolo Tortora, direttore dell’unità di oncologia medica dell’azienda ospedaliero-universitaria di Verona, «non vi sono metodi per la diagnosi precoce di questa neoplasia, che è molto aggressiva. Solo il sette per cento dei casi infatti è individuato in stadio iniziale, oltre la metà quando la malattia è già in fase metastatica».  

 

A complicare il quadro è la scarsa specificità dei sintomi: dolore allo stomaco, gastrite e cattiva digestione possono essere la spia di un tumore del pancreas, ma per fortuna non sempre è così. La ricerca si muove, ma si è ancora lontani dall’individuazione di un test che permetta il riconoscimento precoce della neoplasia. Qualche passo in avanti è stato invece compiuto già da un paio d’anni per la gestione della malattia metastatica (inoperabile). Ma si è ancora ben lontani dal poter cantare vittoria. 

 

I sintomi a cui prestare attenzione  

L’alto tasso di mortalità della malattia è direttamente correlato alla mancanza di sintomi specifici che favoriscano la diagnosi precoce.  

 

Alcuni, seppur piuttosto vaghi, ve ne sono però e vale la pena di conoscerli. 

1) il dolore addominale 2) la nausea, 3) la presenza di ittero (i segni più comuni sono il colore giallastro della pelle e della parte bianca degli occhi), 4) l’improvviso calo di peso (non in seguito a una dieta) 5) l’insorgenza del diabete, 6) la comparsa di un dolore costante nella parte centrale della colonna vertebrale, 7) l’alterazione delle abitudini intestinali (diarrea o feci giallastre, dovute alla presenza di grassi al loro interno). 

 

La presenza prolungata nel tempo di almeno un paio di queste condizioni deve indurre il paziente a chiedere lumi al proprio medico di famiglia. Attenzione devono porre pure i diabetici di tipo 2, quando la terapia che seguono da tempo sembra non essere più in grado di regolare gli sbalzi della glicemia.  

 

Chirurgia: l’importanza del centro in cui ci si opera  

Un altro aspetto posto in rilievo in occasione della giornata mondiale - durante la quale stand informativi saranno allestiti nelle piazze di Milano (Gae Aulenti), Verona (Bra), Roma (di Spagna) e Napoli (Dante), mentre a Torino sarà illuminata di viola la Mole Antonelliana: così i monumenti di altre trenta città italiane - è quello dell’esperienza chirurgica.  

 

Quando un paziente oncologico o un suo parente prende informazioni prima di decidere a quale centro rivolgersi per un intervento, uno dei primi parametri da valutare è la casistica: ovvero quante procedure di asportazione del tumore in questione vengono effettuate nella struttura a cui si intende rivolgersi.  

 

Se in altri casi la scelta può tenere conto anche di altri aspetti, come la conoscenza di uno specialista o la vicinanza geografica, nel caso del tumore del pancreas la pratica può fare la differenza. Meno di un paziente su cinque risulta infatti candidabile a un intervento con intento curativo: un dato che permetterebbe di razionalizzare il numero delle strutture attive su questa malattia.  

 

«Eppure i sono centri in cui vengono operati uno o due pazienti all’anno per rimuovere un tumore del pancreas, ma in questi casi il rischio di complicanze e il tasso di mortalità è sempre più alto», avverte Massimo Falconi, direttore del centro del pancreas dell’ospedale San Raffaele di Milano. La chirurgia pancreatica è estremamente complessa e diversi studi scientifici hanno dimostrato che i rischi di gravi complicanze dopo un intervento sono più alti nei centri che eseguono raramente queste operazioni. I dati italiani dicono che in un ospedale con poca esperienza in chirurgia pancreatica, il paziente ha un rischio di morire di cinque volte maggiore rispetto ai centri con più esperienza». 

Twitter @fabioditodaro  

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