Su "Maserati", il mare cresce e le planate sono selvagge
Su "Maserati", il mare cresce e le planate sono selvagge
09/01/2018

 

 

Sono ancora addormentato quando mi arriva un messaggio sul telefono: “Se vuoi venire in Giappone abbiamo bisogno di una mano per il trasferimento sul trimarano fino a Hong Kong. Dammi l’ok al volo che prendiamo i biglietti”. Dopo sei mesi impegnativi, il ritiro alla Jacques Vabre, l’ennesimo cantiere imprevisto sono arrivato ieri notte da Lisbona. La stanchezza accumulata si fa sentire e mi sono lasciato andare in un sonno profondo, nel letto di casa. Penso di aver bisogno di una pausa, di pensare ad altro, di bere con gli amici; scacciare dalla testa le immagini di quel timone che spacca la barca. L’idea di ripartire subito non è molto coerente con queste riflessioni.  

A dire il vero, non ci penso molto. Dopo qualche giorno atterro sulla bella isola tropicale di Okinawa, in Giappone. Arrivo in banchina e trovo il trimarano “Maserati” e il suo equipaggio un po’ stanco dopo 4.000 miglia di Oceano Pacifico percorse in poco più di otto giorni. Ci vuole una bella cena: andiamo in un ristorante tipico giapponese, via le scarpe, tutti a gambe incrociate sotto il tavolo. Dopo qualche birra chiacchiero con Giovanni che mi racconta i suoi primi giri del mondo, avventure incredibili, grandi risultati, un pezzo di storia della vela oceanica. Mentre lo ascolto mi rendo conto che abbiamo la stessa passione, che le regate non sono solo una linea di partenza e un arrivo ma storie di grandi marinai, di preparatori fedeli, d’incontri, di amicizia, di sacrifici, coraggio, vittorie, sconfitte… storie di vita, dedicata al mare e alle barche. Per quanto possa sembrare strano a chi pensa che piacerebbe a tutti passare il proprio tempo in barca e in mare, è una vita dura. Come tutte le vite impegnate, interessanti, dove ci si mette in gioco; ci vuole fortuna e coraggio. 

Prepariamo la barca per gli eventi in programma dello Sponsor “Maserati”, il team è un gruppo affiatato e preparato. Cerco di prendere un po’ di riferimenti su una piattaforma che per me è completamente nuova, domani si esce con i primi gruppi di ospiti che vengono a provare l’emozione di volare sul mare a più di 30 nodi. Questo trimarano oceanico è stato il primo a volare sull’acqua e la barca è da allora in continua evoluzione. L’innovazione radicale di assetto sull’acqua ha richiesto degli sforzi immensi a tutta la squadra, dai progettisti a chi mette le mani nella resina. Le parti meccaniche coinvolte sono complesse da progettare e da costruire, ci vogliono tempo e risorse economiche. Bisogna far quadrare l’organizzazione, i conti, gli eventi sportivi e non…una corsa contro il tempo. Anche qui siamo lontani dalle risorse che dispongono le grandi filiere della vela oceanica francese. Ci vuole la testa dura e un team motivato, i risultati stanno arrivando con il trimarano che oggi sfiora in assetto volante i 45 nodi di velocità. 

Dopo i primi giorni di navigazione mi sento più tranquillo e comincio a conoscere la barca. Le grandi novità per me sono tutti i sistemi idraulici che comandano le principali manovre a bordo. La ragnatela di cime sul ponte è impressionante e ci vuole del tempo per orientarsi. La cosa positiva è che l’impostazione della gestione dell’equipaggio è quella che condivido, non c’è l’esagerata specializzazione dei ruoli che è la norma sulle grandi barche a cui sono abituato. Tutti a bordo devono saper far tutto, dal prendere una mano di terzaroli a timonare. Lo spazio vivibile è limitato e di conseguenza l’equipaggio è forzatamente ridotto soprattutto per le lunghe navigazioni. La conduzione della barca e le manovre non sono particolarmente complesse, il margine di errore però è ristretto. Quando la barca comincia a fare il cavallo impazzito per una raffica forte bisogna mollare le vele e correggere in maniera precisa con il timone. L’errore, in questi casi, non è permesso.  

Partiamo per il trasferimento con destinazione Hong Kong. Ci aspettano due giorni di navigazione per coprire le 900 miglia che separano l’isola giapponese dal continente asiatico. Le previsioni meteo sono abbastanza impegnative, in particolare il passaggio a sud di Taiwan con 30 nodi e una corrente contraria che potrebbe creare un mare fastidioso nei bassifondi del canale. Dovremo fare attenzione anche ai probabili giri di vento quando ci troveremo sotto l’isola che ha montagne alte 4000 metri. Comunque, per adesso, ci godiamo il sole e un aliseo stabile. Lasciamo l’isola di Okinawa a dritta planando con il gennaker e sfiorando i 35 nodi di velocità nelle raffiche più forti. I movimenti della barca sono a volte nervosi, ma non sono peggio dei movimenti di un mini proto quando comincia a fare 15 nodi. Mentre sto pensando queste cose Giovanni mi chiama e mi dice di prendere il timone, vuole mangiare qualcosa. Sempre nella mia testa penso: “Eccolo li, ma non poteva farmi provare a timonare la prima volta con 10 nodi, che so, quando era un po’ più tranquillo…”. Prendo in mano il cavallo e le “redini”, il carrello della randa e il piede sul rilascio idraulico della scotta, sempre della randa. La tensione lascia subito posto al divertimento. Molto bilanciata, volo a 30 nodi con facilità. Al lasco bisogna salire per farsi un po’ di apparente e il gioco è fatto. Scoppio a ridere quando vedo lo strumento che segna 34 nodi. Quando si orza troppo ci si rende subito conto della potenza in gioco, bisogna evitare di fare troppo i furbi, come dicevo prima l’errore può costare caro… 

Arrivano i primi groppi e la luce comincia a svanire rimpiazzata presto da una notte nera. Il vento rinforza e il trimarano diventa subito un po’ più nervosetto. Il mare cresce e le planate sono sempre più selvagge. Ci diamo i turni al timone. Di notte il gioco si complica un po’: il secondo sta riparato sotto la tuga con la scotta del gennaker pronta per essere mollata, soprattutto perché adesso con il mare bisogna evitare d’ingavonarsi. Ci si sente un po’ isolati al posto di barra sullo scafetto sopravento. Non c’è la luna e non si vede la linea dell’orizzonte, correggere la traiettoria della barca ora è solo una questione di sensazione. Anche giudicare lo sbandamento e di conseguenza l’altezza dello scafetto è un affare più complesso. Poi ci sono gli strumenti che segnano l’angolo del vento e la velocità. 

Timonare guardando i numeri di notte è una cosa che non faccio mai, mi viene mal di testa dopo cinque minuti. Sono un po’ stressato perché dopo i 30 nodi la barra diventa più dura e le correzioni devono essere precise. Gli spruzzi del mare a queste velocità sono fastidiosi e aumentano di parecchio la stanchezza di stare al timone. Per fortuna trovo subito la soluzione per portare bene la barca: tengo la mano sul timone ma non correggo, la lascio andare dove vuole lei; è molto bilanciata se le vele sono ben regolate. Ogni tanto quando si scende l’onda in accelerazione bisogna solo stare attenti a non lasciarla andare troppo alla poggia. Penso a tutte le miglia che ho timonato di notte planando in oceano, alle giornate passate a timonare con gli occhi chiusi un po’ per fare i pirla e un po’ per allenarsi a queste situazioni. Nonostante tutto il pensiero che sto “coso” si può ribaltare non mi lascia tranquillo, per fortuna; la concentrazione non cala mai. Dopo un po’ comincio a pensare cosa può succedere - e cosa devo fare - se prendiamo qualcosa nel timone, se stalla, se non riesci più a governare e ti scappa all’orza mentre sei a più di 30 nodi. Il cambio turno mi salva da questi pensieri negativi. 

Il giorno dopo il mare è gonfio di schiuma, disordinato per via della corrente, il vento salta intorno ai 30-35 nodi. Passiamo sotto Taiwan con tre mani alla randa e la trinca. Nonostante le condizioni un po’ noiose mi godo i turni al timone, sono rilassato e mi sembra di portarla da mesi. Anche la seconda notte fila liscia, mi diverto bagnato fradicio a sentire le accelerazioni sulla faccia togliendo il paraspruzzi davanti alla postazione del timoniere. A un certo punto dobbiamo rallentare perché non vogliamo arrivare di notte nel traffico impazzito della costa vicino a Hong Kong. Mettiamo il pilota, il vento cala e decidiamo tra una chiacchierata e l’altra di lasciar dormire un po’ di più il turno dopo, Matteo e Carlos, che avevano da ridire su qualche cambio ritardatario…eh eh.  

Arriviamo a vela tra i grattacieli di Hong Kong, passiamo queste montagne di cemento scivolando in silenzio; un contrasto accresciuto dai rumori di una città che già alle prime luci dell’alba si dimena senza pace.