Le proteste contro il carovita infiammano la Tunisia

Proteste nella capitale, devastazioni e feriti in molte altre città. Un morto negli scontri tra giovani manifestanti e polizia
REUTERS

la polizia usa gas lacrimogeni contro i manifestanti a Tebourba


Pubblicato il 09/01/2018
Ultima modifica il 10/01/2018 alle ore 07:38

La Tunisia è in fiamme per la protesta dei giovani che sono di nuovo scesi nelle strade contro carovita e marginalizzazione. Ieri fino a tarda notte e di nuovo oggi a Tunisi, nella centrale Avenue Bourguiba, migliaia di persone riunite sotto un movimento popolare apartitico denominato #Fech_Nestanew (Cosa stiamo aspettando) hanno denunciato l’aumento dei prezzi e la politica del governo, chiedendo il ritiro della finanziaria 2018 ed annunciando una nuova manifestazione per il 13 gennaio. 

 

Sembra di rivivere un film già visto, prima con la “Rivoluzione dei gelsomini” nel 2011 e poi anche in anni successivi, l’ultimo in ordine di tempo nel febbraio 2016. Il copione è sempre lo stesso con le proteste che spesso degenerano in violenze, sassaiole, blocchi stradali e saccheggi di beni pubblici e privati. Ieri ci è scappato anche il morto. È accaduto a Tebourba, non distante dalla capitale Tunisi, dove un 43enne dopo aver partecipato agli scontri è deceduto in ospedale, dove era arrivato in stato di asfissia. Le circostanze della sua morte non sono ancora chiare, bisognerà attendere l’esito dell’autopsia. Ma i disordini hanno interessato varie città, Thala, Kasserine, Sbeitla, Bouhajla, Oueslatia (Kairouan), Douz, Kebili, Gafsa, Tebourba e Cite’ Ettadhamen (Tunisi), con devastazioni e feriti. I manifestanti hanno attaccato il posto di polizia di El Battan alla Manouba bruciando l’ufficio del comandante, l’agenzia delle Finanze di El Gtar a Gafsa rubando una quantità di tabacchi lavorati, il deposito comunale di auto della regione rubando due autoveicoli e due moto, un supermercato a cite’ Intilaka nei pressi della capitale, il deposito comunale di El Bassatine a Kasserine. 

 

Pronta la risposta delle autorità con una cinquantina di arresti per violenze e saccheggi e 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere per reati contro il patrimonio e contro pubblici ufficiali. Il premier Youssef Chahed ha definito gli eventi opera di «individui che saccheggiano, rubano, sottraggono beni altrui e aggrediscono i tunisini» precisando che «il diritto di manifestare è garantito dalla legge ma il governo è disponibile ad ascoltare solo le rivendicazioni delle persone che protestano pacificamente». 

 

Ma mentre la discussione si sposta in Tunisia sul piano politico con i vari partiti che iniziano a rimpallarsi le responsabilità di ciò che è avvenuto, è indispensabile comprendere il perché di questa ennesima protesta giovanile. Il motivo ufficiale è l’ondata di malcontento suscitata dall’aumento dei prezzi per l’entrata in vigore della finanziaria 2018, che ha introdotto maggiorazioni per carburanti, assicurazioni, servizi, un aumento dell’Iva dell’1% e altre misure adottate dal governo per cercare di contenere la spesa pubblica con un dinaro sempre più debole sul mercato dei cambi. Ma le cause del malessere sono le stesse di sempre: mancanza di prospettive per i giovani, disoccupazione anche al 30% nelle zone sfavorite, marginalizzazione, senso di impotenza. Le stesse che spingono molti a tentare la strada dell’emigrazione illegale verso l’Europa o l’arruolamento tra le fila delle organizzazioni terroristiche. 

 

Il processo di transizione democratica non è compromesso ma all’attuale classe dirigente è richiesto uno sforzo ulteriore di comprensione delle rivendicazioni provenienti dal popolo per riuscire ad evitare una nuova ondata di violenze. 

 

 

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