Congo, la Chiesa scende in piazza mentre il governo reprime 

Soffocate nel sangue le marce pacifiche dei cattolici. Il cardinale Monsengwo: «Fatti gravissimi, governanti mediocri». La testimonianza di un comboniano: «Viviamo nella paura costante»
AFP

Congo, la Chiesa scende in piazza mentre il governo reprime


Pubblicato il 11/01/2018
Ultima modifica il 11/01/2018 alle ore 13:11
Kinshasa

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione continua a mostrare segni di inquietante peggioramento. Questa volta, nel mirino dell’esercito e delle forze governative, sono finiti i movimenti di laici cattolici, i parroci e migliaia di semplici fedeli che tra la fine dello scorso anno e l’inizio del nuovo, “armati” di bibbie e rosari, hanno inscenato manifestazioni pacifiche per chiedere il rispetto dell’Accordo di San Silvestro.  

 

«Il 31 dicembre del 2016 – spiega a Vatican Insider padre Eliseo Tacchellacomboniano, per 30 anni tra le diocesi di Kinshasa, Butembo-Beni e altre – è stato siglato, grazie alla mediazione della Chiesa, un ottimo accordo che metteva insieme tutte le istanze politiche e prevedeva che il presidente Kabila convocasse le elezioni entro il dicembre del 2017. Purtroppo, con la scusa dei disordini succedutisi nel Paese e la situazione generale di grave crisi, Kabila ha continuato a temporeggiare e ha finito per rimandare il voto al dicembre del 2018».  

 

Le marce, convocate in varie città del Paese, sono state sistematicamente represse nel sangue. Le azioni delle forze di sicurezza hanno causato la morte di 8 persone (secondo alcune fonti, almeno una dozzina) e il ferimento e l’arresto di oltre 200. In alcuni casi, i militari sono entrati nelle chiese durante la celebrazione delle messe – anche nella cattedrale di Kinshasa - e hanno sparato lacrimogeni o proiettili per disperdere i fedeli.  

 

La reazione di un attonito arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Laurent Monsengwo, è stata durissima. In una dichiarazione rilasciata a inizio anno e in varie interviste, ha parlato di una situazione intollerabile e invitato chiaramente i governanti incapaci a farsi da parte. «C’erano persone che sfilavano con bibbie, rosari, niente di più – ha aggiunto - È qualcosa di mai visto prima, sono entrati nelle nostre parrocchie, perfino nella cattedrale e hanno gettato gas lacrimogeni, hanno impedito alla gente di celebrare la messa. I mediocri – ha concluso - devono sgomberare». L’associazione dei decani dei parroci dell’arcidiocesi di Kinshasa, il Comitato di coordinamento dei laici e varie altre sigle hanno chiamato i fedeli alla resistenza e convocato per i prossimi giorni nuove manifestazioni. 

 

Joseph Kabila è uno dei tantissimi esempi di uomini che, una volta giunti al comando, lecitamente o in modo violento, si aggrappano con tutte le forze al potere screditando le proprie democrazie e, spesso, scatenando conflitti e tensioni gravissime. In Africa, purtroppo, ce ne sono molti. Salito al potere dopo l’omicidio del padre Laurent-Désiré (in carica dal 1997 al 2001), dopo due mandati di otto anni ciascuno, Kabila avrebbe dovuto indire elezioni nel dicembre del 2016 e farsi da parte. Ma a novembre scorso, beffandosi dell’accordo di San Silvestro che già rinviava di un anno le urne, e delle richieste delle opposizioni e della società civile, ha rimandato a un vago dicembre 2018 la data del voto.  

 

Compreso che il presidente sarebbe rimasto in carica almeno sino al gennaio 2019 (mentre le elezioni locali, sono state fissate addirittura per il settembre 2019), le opposizioni e intere fette di popolazione sono insorte e il conflitto – che ha fatto decine di migliaia di morti e un numero spaventoso di sfollati interni ed esterni (circa 4 milioni, più della Siria; 1,7 milioni solo nell’ultimo anno) – è entrato in una fase di recrudescenza. Ad alimentare l’incendio, ha senz’altro contribuito quello che Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha definito «il peggior attacco contro Caschi blu della storia recente». La sera del 7 dicembre, nella regione del Nord Kivu, nel corso di uno scontro con i ribelli, ben 15 soldati delle Nazioni Unite – presenti nel Paese con la loro missione più grande e costosa - e cinque dell’esercito congolese, sono rimasti uccisi. L’agguato ha anche causato una quarantina di feriti. 

 

«È davvero un momento difficile – riprende padre Tacchella – e ancora ci chiediamo per quale motivo il governo abbia reagito così violentemente a manifestazioni pacifiche convocate da fedeli e parroci. La risposta delle forze di sicurezza ci induce a pensare che il governo abbia ritenuto che la Chiese stesse preparando una rivolta, ma ciò è assurdo. In alcuni casi, alla fine della messa, i parroci invitavano a sfilare cantando e recitando il rosario. Nella chiesa di San Domenico di Kishasa, i fedeli, usciti in processione, hanno trovato polizia e militari: molti video documentano che i soldati hanno aperto il fuoco e che due persone sono morte. Subito dopo la polizia ha dichiarato che riunioni di oltre cinque persone sarebbero state disperse, quindi, anche le messe. Infatti, in vari casi, hanno lanciato lacrimogeni durante le funzioni. Il cardinale è stato durissimo, il nunzio Luis Mariano Montemayor ha dichiarato che ci saranno altre manifestazioni e temiamo che entreremo in un periodo di forti tensioni». 

 

La gente vive nel terrore e fugge, conferma padre Tacchella: «Sì, ormai viviamo nella paura costante. C’è oppressione e continuano i massacri. Sono sempre di più, inoltre, le persone che riportano della presenza di mercenari, soldati che parlano inglese, che quindi provengono da altri Stati. Ci chiediamo che ruolo abbiano i ribelli ugandesi, ad esempio, in questa fase. Melchisedec Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, ha denunciato che dietro gli ultimi massacri c’è la mano dell’esercito e che lo scopo principale sarebbe quello di creare tensioni e caos per giustificare la permanenza di Kabila».  

 

Alla domanda su come stia reagendo la comunità internazionale, il comboniano spiega che «la gente in Congo pensa che sia soprattutto il Papa a interessarsi e a ripetere appelli alla pace per il Paese. La preghiera convocata a San Pietro a novembre per il Congo e il Sud Sudan, ha avuto una grande risonanza. Purtroppo, però, è stata sostanzialmente ignorata dai governanti. La Chiesa in Congo è ormai divenuta la portabandiera della democrazia e del rispetto della Costituzione e continua a sperare in una trasformazione. In fondo - conclude - in Zimbabwe o in Gambia la situazione sembrava immutabile, invece è avvenuto un grosso cambiamento». 

 

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