Viaggio nell’Aosta degli “invisibili”, dove una coperta asciutta fa la differenza tra vita e morte

Una notte con i volontari della Croce Rossa.


Pubblicato il 20/01/2018
Ultima modifica il 20/01/2018 alle ore 16:20
aosta

Aosta perla romana, Aosta turistica, Aosta al centro dello sci e delle montagne, Aosta dove il Pil è tra i più alti d'Italia. Ma all’ombra di queste sfavillanti etichette c’è un piccolo mondo fatto di baracche, tende improvvisate, di vite messe insieme alla giornata e dove una coperta asciutta fa la differenza tra la vita e la morte.  

 

Gli «homeless», i senzatetto, censiti nella città e nei suoi dintorni sono una quindicina ed è da loro che un equipaggio della Croce rossa italiana è andato giovedì notte per fornire assistenza «e soprattutto raccogliere bisogni o richieste, anche su altre persone non ancora conosciute dalla rete dei servizi sociali, gli “invisibili”», dice Paolo Sinisi, presidente del Comitato regionale. 

 

Il servizio notturno (che si ripeterà ogni lunedì e giovedì) è il primo «ufficiale», «perché in precedenza - spiega Sinisi - siamo andati da loro in borghese». «A questo proposito - avverte rivolgendosi alla cronista - lasci andare avanti noi. Non voglio che si spaventino o perdano fiducia perché vedono troppa gente»

 

L’equipaggio della Croce rossa parte alle 20,30. Nel baule del camioncino ci sono contenitori termici con the caldo zuccherato, brioche confezionate e qualche coperta. Davanti si posizionano quattro volontari. In auto, Sinisi dà un altro avvertimento: «Non faccia foto ai volti e anche i luoghi non devono essere riconoscibili. Ne va della loro sicurezza».  

 

FANSOR

 

La prima fermata avviene dopo pochi minuti di guida dalla sede della Croce rossa. I due senzatetto sono un bosniaco e un croato e vivono in una sorta di casetta di un cantiere dismesso. Non sono usciti dal sistema sociale da molto tempo. Aprono subito e quando vedono i volontari li accolgono sorridendo. «Buonasera, ciao», dice il più giovane. Sinisi spiega loro che hanno dietro the caldo e brioche e chiede se hanno bisogno di qualcosa in particolare, «possiamo portarvelo al prossimo giro». L’interno della baracca è isolato in modo sapiente con pannelli trovati nella spazzatura. Il freddo però penetra lo stesso e i due uomini sono vestiti con strati di indumenti e pesanti calze di lana. Mentre bevono dai bicchieri di carta la bevanda calda e mettono da parte le brioche, chiacchierando fanno la loro richiesta: hanno bisogno di olio e di pile. «Le batterie sono una delle merci più preziose per queste persone. Servono per le lampade e costano care», dice Sinisi. 

 

FANSOR

 

Nel secondo intervento, a proteggere dal gelo un’altra coppia di giovani homeless è una piccola tenda con all’interno sacchi a pelo forniti già dalla Croce rossa durante le giornate di grande freddo. Sono due profughi, dallo Sri Lanka e dalla Guinea. All’arrivo dei volontari non ci sono: forse sono fuori o forse hanno sentito troppa gente e si sono nascosti. Ma un incontro avviene lo stesso: una signora che abita lì vicino sta portando due sacchi neri verso la zona del ricovero. «Li vedo sempre e siccome so cosa vuol dire essere in quella situazione ho preso un copriletto e delle lenzuola da un cassonetto della spazzatura. Avevo notato che qualcuno li buttava. Sono in buono stato. Li ho lavati e ho pensato che potessero servire ai due ragazzi. Ma non lo dica in giro, non tutti capiscono». 

 

Sono le 22 e il freddo è pungente. Dopo alcune tappe dove le baracche e le tende sono deserte (vuota anche quella di una famiglia di tre persone croate) l’equipaggio arriva da Marco, un italiano che vive da solo, un homeless cronico, da tre anni in quel posto. Vede le luci e esce sorridendo dalla tenda. «Vuole del the caldo?», gli chiedono. «No, ho appena finito di mangiare un bel piatto di spaghetti», risponde. Ma poi accetta la bevanda e le brioche. Chiacchiera e sorride, si presenta ed è stupito che gli venga chiesto se ha bisogno di qualcosa. Prende confidenza e ha voglia di chiacchierare. «Avreste dovuto vedere com’è stato difficile arrivare qui con la neve!», racconta. «Adesso con la pioggia ho avuto qualche problema a far asciugare le coperte, ma vabbé faccio che aprire tutte le mie finestre!». Ride e ci riaccompagna all’auto. 

 

Per l’ultimo intervento si torna in centro città. In una casa abbandonata e nascosta tra la vegetazione vivono un italiano e un rumeno. Ci mettono tanto ad aprire la porta. Il primo dice gentilmente che non hanno bisogno di nulla, ma il secondo invece, timidamente: «Sì per favore, anche le brioche». Poi si presentano con nome e cognome e ci invitano a entrare. Hanno due lettini con molte coperte. L’interno è gelido e uno dei due è appena uscito dall’ospedale («lui è un homeless cronico - spiega poi Sinisi - mentre l’altro sta facendo piccoli lavoretti, mette da parte dei soldi per uscire da questa situazione»). Chiedono delle batterie e del gas per la piccola stufetta sulla quale si cucinano i pasti. Al momento dei saluti ci stringono le mani e indugiano in quel gesto. «Mi raccomando, quando venite non fatevi vedere da altri».  

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