Il riformatore che vuole essere la locomotiva politica della Ue

In Svizzera si prepara a sfidare le derive protezioniste
REUTERS

Emmanuel Macron è nato ad Amiens il 21 dicembre 1977. È diventato presidente della Francia il 14 maggio 2017


Pubblicato il 21/01/2018
Ultima modifica il 21/01/2018 alle ore 07:36

Il Macron che si prepara a sbarcare a Davos è il più giovane leader globale francese della modernità dai tempi di Napoleone. È un convinto europeista che declina il senso dell’integrazione continentale con tre parole: sovranità, unità e democrazia. Proprio la determinata difesa della sovranità nazionale in un’Unione più efficiente gli ha consentito di ampliare la base elettorale e rivoluzionare la scena politica transalpina.  

 

È stata questione di ampie visioni e di attenzione ai dettagli, cosa che in queste ore si manifesta in due mosse formidabili: ha invitato a Versailles i Signori dell’economia e della finanza per convincerli a investire nell’Esagono e ha sollecitato l’Onu perché renda la baguette un bene tutelato di interesse planetario. Sebbene la stagione sia la più intensa, rapida, effimera e volatile che si ricordi, Macron si presenta come il francese più rilevante (relativamente) da Waterloo ai giorni nostri. Non solo.  

 

Quando mercoledì parlerà al popolo globalista riunito sulle nevi elvetiche dal World Economic Forum - nel 2016 ci andò come ministro delle Finanze -, potrà guardare i potenti del mondo con gli occhi dell’unico governante stabile della vecchia Europa.  

 

È il terzo imperatore francese, metaforicamente, sempre che tutto continui a girargli bene come capita ora che il destino lo porta in Svizzera con la Germania della Merkel azzoppata, il Regno Unito in fase Brexit di una May con l’acqua alla gola, e l’Italia di Gentiloni distratta dalle baruffe elettorali. È l’unico con la poltrona che non brucia, perfetto candidato a condurre - meglio se d’intesa con Berlino - il coro dei capi di Stato e di governo dell’Unione sulla via delle riforme necessarie per salvare il sogno dei padri fondatori. 

 

Macron ha studiato Hegel e in un’intervista ha ammesso di sapere bene che il filosofo tedesco definì Bonaparte come il «Weltgeist (lo spirito del Mondo) a cavallo». Nella formula leggeva la volontà di affermare che i grandi uomini possono essere al servizio di qualcosa ancora più grande. Però non era convinto che nella pratica le cose fossero così. Si può, disse, impegnarsi a capire lo «Zeitgeist» (lo spirito del Tempo) e «cercare di progredire con senso di responsabilità». Questo gli stava bene come modello utile a cambiare la Francia e l’Ue con rinnovato impeto di crescita collettiva.  

 

Così ha fatto da che è stato eletto, correndo solitario sull’autostrada politica tracciata fra i dolori della fragile Unione. S’è dimostrato maledettamente francese e insperatamente europeista. Ha ostentato le dodici stelle dietro il podio del primo discorso, ma era al Louvre, residenza dei re, sulla Cour Napoléon. Ha spinto per accelerare l’integrazione, alternando l’approccio intergovernativo al comunitario. Una formula aperta a tutti per trascinare l’Ue fuori dalle secche dell’indecisionismo bruxellese? O il disegno d’una Europa franco-tedesca con la quale dirigere in due tutti quanti? 

 

Certo non ha mai dimenticato gli interessi del suo Paese, la nazione prima, e l’Europa di cui ha bisogno per diretta derivazione. Un multilateralista con lo spirito della Grandeur incorporato, profeta di un accentramento giacobino più che federalista. Un francese moderno, insomma. Che sarebbe interessante vedere alla prova con il sovranista Donald Trump, atteso a Davos giovedì, ma in forse causa “shutdown”. 

 

Macron avrebbe carte da giocare col mogol dell’«America First» dopo aver annunciato «due pesanti accordi tecnologici» nella giornata del «Scegliete la Francia» a Versailles (domani) e firmato con la Germania il patto che pone le basi per uno spazio economico a due (sempre domani). Saranno passati appena 14 giorni dalla trionfale visita in Cina, svoltasi in linea con la definizione di «jupitérien» (come fosse di Giove) che ha dato alla sua presidenza.  

 

«La Francia è il Paese dell’anno», ha sentenziato The Economist e a dicembre potrebbe aver avuto ragione. Si capisce che Trump, oltre allo stimolo della sfida coi globalisti, abbia trovato irresistibile accettare una missione che lo porterebbe a duellare col Nuovo Imperatore, mentre gli altri stanno a guardare, cercando di capire come far loro la chiave francese allo «Zeitgeist». Le soluzioni sono molteplici, ma scimmiottarle sarebbe un suicidio. Chiaro è che non c’è bisogno di essere necessariamente «macronisti» per fare come Macron. 

 

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