Il dramma del Cinema Statuto, una domenica di dolore e morte

Trentacinque anni dopo (1983-2018) riviviamo una vicenda che Torino non dimenticherà mai: da platea e galleria spuntavano corpi ovunque; 27 cadaveri trovati nel bagno
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La targa in via Cibrario che ricorda la tragedia di 35 anni fa


Pubblicato il 12/02/2018
Ultima modifica il 12/02/2018 alle ore 09:30
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«C’ è un incendio al cinema Statuto, la gente in strada ha sentito urla dall’interno e visto filtrare del fumo dalle uscite di sicurezza ...». La notizia arriva in redazione poco prima delle 19: domenica 13 febbraio 1983, domenica di freddo tagliente e di neve che viene giù ghiacciata e subito si trasforma in fanghiglia. Occorrono una ventina di minuti per raggiungere via Cibrario senza restare impigliati nel traffico del Carnevale. La tragedia si annuncia da lontano con l’aria che vibra alla luce blu dei lampeggianti e ti porta l’odore d’un fumo acre e oleoso. Quando arrivi lì, davanti al cinema, si spalanca un angolo d’inferno: vigili del fuoco che si muovono frenetici sotto le fotoelettriche, migliaia di passi affannati, uomini dalle tute fosforescenti con l’autorespiratore sul volto che entrano ed escono da quest’antro buio portando in strada corpi inerti, a decine. Poveri corpi anneriti dalla fuliggine, a volte adagiati su barelle, a volte semplicemente posati su teli di plastica: il fumo li ha resi irriconoscibili, in molti hanno le braccia levate verso il cielo. Dicono sia per il calore che ha stirato i tendini, ma sembrano davvero impietriti in un disperato e inutile gesto di difesa.  

Più passa il tempo, più le voci dei soccorritori sono rare schegge in un silenzio che già sa di resa. Poi un sussulto: «In galleria, in galleria c’è uno vivo». 

Lo vedo in un lampo quando lo caricano sull’ambulanza: sembra giovane, la bocca è spalancata, muove appena la mano destra che gli hanno poggiato sul petto, o, forse, è solo un sobbalzo della barella. Scoprirò nella notte che è morto poco dopo il ricovero in rianimazione: si chiamava Donato, aveva 22 anni, abitava in via Principi d’Acaja a duecento metri da qui.  

 

 

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Tra le gente assiepata oltre le transenne, c’è ancora qualcuno dei sopravvissuti che racconta, compulsivamente, la sua sorte di miracolato: «Ero in platea, ho sentito uno sbuffo, come quello che fa una stufa a gas quando s’accende. Era il tendone in fondo alla sala che bruciava. È finito sulle poltrone, c’è stato subito un gran fumo. Chi era al fondo è scappato verso l’ingresso del cinema, io ero nelle file si mezzo, mi sono trovato imprigionato tra la gente che non sapeva dove andare. Spingevamo le porte delle uscite di sicurezza che danno sulla strada. Bloccate. Abbiamo continuato a premere, le serrature hanno ceduto. Siamo rotolati uno addosso all’altro sul marciapiede. Salvi».  

Le 21. La tragedia ha un nuovo, terribile strappo: nel bagno della galleria e in uno stanzino adiacente vengono individuate altre vittime: 27. Come ombre nel buio hanno cercato le uscite di sicurezza, si sono arresi di fronte a una finestra troppo piccola per far loro respirare la vita o a battenti sprangati: «Porte non apribili» mi dice l’ingegner Marini dei Vigili del fuoco. Uno dei soccorritori racconta piangendo che due corpi sono stati trovati abbracciati. Si scoprirà più tardi che sono quelli di un corazziere e della sua fidanzata.  

 

 

Continua il pietoso trasporto degli uccisi. Accanto al cinema c’è una grande rimessa dell’Avis, l’azienda d’autonoleggio: viene trasformata in camera ardente. I morti dello Statuto sono adagiati l’uno accanto all’altro sul pavimento di mattonelle rosse. I neon diffondono una luce livida. Ricordo che uno, di tanto in tanto, si spegneva. E’ un’immagine che nessuno, tra quanti sono stati lì in quelle ore di pena e di rabbia, potrà mai dimenticare: è entrata come una lama di ghiaccio nel cuore e nella memoria e si è annidata in profondità per ritornare improvvisa in una notte d’insonnia o in un qualsiasi giorno in cui sei troppo felice.  

 

Rivedi, allora, gli infermieri e gli agenti della polizia che cercano nelle tasche delle vittime un documento per poterle identificare. E quando lo recuperano lo posano con delicatezza sul petto bruciato, come un santino. Per le donne è più difficile perché le borsette sono andate perdute nella calca. E ci sono drammatiche incertezze: appartiene a un uomo o a una donna quel corpo annerito? Succede in più d’un caso. Sul foglietto, allora, viene scritto: «Soggetto di sesso non identificato, età incerta...». Qualcuno, domani, magari lo identificherà da quella fede d’oro che ancora brilla all’anulare riarso o da quel braccialetto che il calore non ha completamente piegato.  

 

 

Sono le 22. Arrivano le bare, sessantaquattro, con teli di cellophane. Fuori, si sentono le voci delle persone giunte sull’onda dell’angoscia a cercare tra le vittime un familiare, un amico: per loro si apre una notte che sarà lunga, straziante e senza pietà.  

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