Quando lo stalking lo fanno i vicini di casa

Dispetti e insulti in un condominio di corso Corsica: una famiglia costretta a dormire in auto per evitare litigi
ANSA

In tribunale: una signora di 60 anni ha raccontato ieri in aula un anno di inferno alle prese con i vicini di casa: «Tutte le notti battevano con un martello e un bastone sul soffitto e ci tenevano svegli»


Pubblicato il 13/02/2018
Ultima modifica il 13/02/2018 alle ore 13:04
torino

Quando i rapporti tra vicini si logorano irrimediabilmente possono sfociare in stalking condominiale. Al punto che una donna e suo figlio sono stati costretti ad abbandonare una casa di proprietà e vivere per un mese in auto in piazza Galimberti, pur di non affrontare i vicini che, secondo il loro racconto, li perseguitavano.  

 

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«Abitavano all’ottavo piano, sotto di noi in corso Corsica. Tutte le notti battevano con un martello e un bastone sul soffitto e ci tenevano svegli. Una volta mentre salivo le scale sono stata aggredita. Mi aspettavano in tre: il padre e i due figli. Erano nudi dalla maglietta in giù». Il presunto stalking sarebbe avvenuto anche attraverso lettere: «Le prime ricevute, anche su consiglio delle mie colleghe che mi invitavano a non pensarci, le ho cestinate. Le altre le ho conservate e sono agli atti».  

 

La signora M.S, 60 anni, impiegata, ha raccontato in aula un anno di inferno. Era il 2010. «Due anni prima si era trasferita una nuova famiglia nel condominio. Avevano avuto problemi anche con altri inquilini. A ripensarci, non riesco nemmeno a raccontarle cosa mi dicevano. Intonavano anche stornelli conditi da parolacce irripetibili sul mio conto». Pausa, lacrime. Esame sospeso, poi ripreso: «Nel 2011 siamo andati via. Nonostante pagassimo un mutuo su quell’alloggio, abbiamo deciso di andare a vivere lontano. Trovammo una casa in affitto a Borgaretto. Mio figlio, che in quel periodo dormiva da amici pur di non stare in casa, non lavorava e così iniziai a chiedere prestiti alla banca. Mi sono indebitata per 57 mila euro in pochi anni».  

 

Dopo tre anni di esilio «forzato» madre e figlio decisero di tornare a Torino, in quell’alloggio. «La nostra situazione economica – ha spiegato il giovane alla corte presieduta dal giudice Luca Del Colle – era peggiorata moltissimo. Per noi fu un salasso. Intanto il padre e uno dei due figli erano morti e pensavamo che le cose sarebbero cambiate». E invece no. Ripresero i colpi contro il tetto, gli stornelli pieni di offese: «Mia madre ha anche subito un trapianto di cuore, era cardiopatica» ha detto il figlio che nel 2011 si era candidato nelle liste dell’Italia dei Valori a Torino. Entrambi si sono costituiti parte civile con l’avvocato Patrizia Bugnano. L’imputato, Davide Riggi, è difeso dal legale Mariella Miano. Lui rigetta le accuse. Alla prossima udienza spiegherà la sua versione dei fatti. Sul processo aleggia l’ombra della prescrizione.  

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