Antonio Cabrini: “Questa Juve gioca a memoria, ma noi eravamo granitici”

L’ex terzino bianconero protagonista dell’ultima eliminazione diretta di un team inglese: “Allegri ha una squadra preparata ai grandi appuntamenti. La Champions primo obiettivo”

Antonio Cabrini ha disputato con la Juve 297 partite segnando 33 gol


Pubblicato il 13/02/2018
Ultima modifica il 13/02/2018 alle ore 07:37
torino

Il soprannome «Bell’Antonio» l’ha conservato intatto. Come indelebile è rimasto il talento del terzino sinistro nella memoria dei tifosi juventini: Cabrini ha vinto con la casacca bianconera sei scudetti, tutte e tre le Coppe europee e il Mondiale 1982. 

Antonio Cabrini, stasera Juventus-Tottenham, primo atto della doppia sfida di Champions a eliminazione diretta. E’ dal 1983 che i bianconeri non eliminano una squadra inglese in sfide da dentro o fuori e quella volta lei c’era.  

 

Ricorda?  

«Vincemmo 2-1 a Birmingham con reti di Rossi e Boniek e mettemmo al sicuro la qualificazione prima del 3-1 del ritorno al Comunale. Grande squadra quella, eravamo sei campioni del mondo del’82, più Platini, Boniek e Bettega. Arrivammo alla finale di Atene senza sconfitte, purtroppo perdemmo proprio la partita decisiva, anche se eravamo stra favoriti». 

 

Stasera cosa si aspetta?  

«Quello della Juve è un trend positivo che dura da sei anni. Gioca a memoria, ha mancato l’appuntamento con le finali europee, però è squadra solida, che non si fa mai trovare impreparata a questi appuntamenti».  

 

Rivede nella squadra di Allegri, soprattutto dal punto di vista del carattere, barlumi della sua Juve?  

«Noi eravamo un gruppo molto forte, coeso, senza nulla togliere a Buffon e compagni, la mia era una squadra granitica. Tuttavia anche la Juve di oggi prosegue la tradizione di chi veste questa maglia: conta soltanto vincere». 

 

Magari conquistare la Champions dopo ventidue anni?  

«Secondo me è l’obiettivo principale di questa stagione. Dopo sei scudetti e un dominio assoluto in Italia, è alla Coppa che devono e vogliono puntare. La Juve ha una caratura internazionale, il duello con il Napoli è avvincente, ma le ambizioni la devono portare oltre. Non sarebbe un dramma non vincere per la settima volta il tricolore, anche se questa squadra ha tutto per riuscirci, nonostante un Napoli fortissimo. Sarà uno scudetto allo sprint che non si deciderà neppure nello scontro diretto di Torino. Per fortuna questo campionato è stato meno monotono degli ultimi». 

 

Lei sarà all’Allianz Stadium?  

«Non posso mancare, non sono un tifoso accanito, vivo tutto con più distacco. Ho un ottimo rapporto con Andrea Agnelli, che ho visto crescere, e faccio parte delle Legends bianconere, anche se non gioco le amichevoli con tanti ex perché ho avuto troppi infortuni. Lavorare per la Juve? Quello bianconero è un mondo a parte, le situazioni nuove possono crearsi all’improvviso, come mai. Intanto mi siedo in tribuna o, spero ancora, in panchina». 

 

Ecco. Oggi ha sessant’anni, dopo una carriera durante la quale ha vinto tutto, non è mai riuscito a imporsi anche come allenatore di grande livello. La serie C1, sei mesi con la Nazionale siriana, infine le ragazze azzurre. Poco per uno abituato a grandi palcoscenici. Come mai?  

«Forse perché ho sempre lavorato senza agenti e procuratori. E nel calcio di oggi è impossibile muoversi da soli. Ma ci credo ancora, anche se c’è una lobby a cui do fastidio. La mia idea è di tornare ad allenare gli uomini, però vorrei una società che mi desse garanzie di non essere cacciato alla prima sconfitta. E non è facile, ci sono società di B e Lega Pro che mi avrebbero anche ingaggiato se avessi portato uno sponsor. Le pare possibile»? 

 

Ora anche la Juve ha una super squadra femminile. Pensava che prima o poi sarebbe successo?  

«Hanno preso due terzi della mia Nazionale, si sono messi nella condizioni di vincere al primo tentativo. Gli obiettivi della società in ogni settore sono ben chiari. Programmare il futuro, ma essere i migliori subito. E con le ragazze hanno seguito la politica aziendale di sempre, quindi presto il gruppo della Guarino sarà protagonista anche a livello internazionale». 

 

Come mai ha lasciato la Nazionale donne dopo l’eliminazione dall’Europeo?  

«Non mi stavano più bene certe situazioni che si erano create. E sul mondo del calcio femminile ho messo una pietra tombale». 

 

Come mai accettò di diventare ct delle donne?  

«Era un’esperienza in più che volevo fare. Ho dato quello che avevo e sono contento di aver cresciuto queste ragazze, molte delle quali, come ho detto, ora sono alla Juve. Ho dato consigli? Insomma, qualche indicazione. Quando mi chiesero un parere ero ancora ct non potevo sbilanciarmi. Anche senza il mio aiuto loro sarebbero comunque arrivati a prendere le giocatrici migliori». 

 

In questi anni senza calcio non è stato con le mani in mano. Una toccata e fuga all’Isola dei Famosi nel 2008 quando c’era anche Belen Rodriguez, ha scritto un libro, ha fatto tv con Fabio Fazio.  

«Andiamo per ordine. Sull’Isola, a parte ammirare la bellezza di Belen, mi annoiavo a morte e mi ritirai subito. Poi chiarisco subito che non sono diventato uno scrittore, anche se sei anni fa ho scritto un giallo e più di recente una sorta di manuale che anticipava quello che sono adesso, ovvero un mental coach per aziende, dove tengo conferenze e porto la mia esperienza di saper fare gruppo. Invece, non scriverò mai un’autobiografia, sono noiose da morire. Infine, dopo aver fatto anche il casalingo al seguito della mia attuale compagna che è una brand manager, ho accettato l’invito di Fazio e fino a dicembre ero nel cast di “Che fuori  

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