Le origini del Parco Valgrande: dove volano le aquile e l’uomo è spettatore

Il parco nazionale europeo più selvaggio che c’è festeggia il 25° compleanno


Pubblicato il 13/02/2018
Ultima modifica il 14/02/2018 alle ore 10:52
verbania

Dopo il rastrellamento del giugno ’44 la «grande città estiva», come la chiamava Vanni Oliva, si era quasi desertificata. Le baite sventrate e cariate. I sentieri rapidamente fagocitati dalla vegetazione. Delle centinaia di alpigiani erano rimasti solo i Bariatti e i Rigoli di Rovegro, i Primatesta, i Pella e Varetta di Colloro che si erano spinti oltre l’alpe Serena, fino al Vald e addirittura a Scaredi. Fatiche inenarrabili e inimmaginabili. Sempre a coniugare il verbo «purtà», curvi sotto i sacchi, e con quelle mucche-alpiniste alla ricerca di tutti i fili d’erba

 

 

Pochi, in quegli anni, gli escursionisti. La Val Grande era soprattutto terra di cacciatori e di pescatori. Noi invece andavamo alla ricerca di avventure caserecce. Grandi spazi nei boschi che, dopo i tagli del passato, rivivevano in totale libertà. Faggi e castagni erano i compagni più fedeli delle escursioni forzatamente solitarie nel «selvaggio verde valgrandino». In alto, le creste regalavano ampi squarci panoramici sui laghi e sul Rosa. Si passavano giornate intere senza incontrare nessuno, ma ritrovando noi stessi in quel microcosmo che favoriva la costante immersione nella voce del silenzio.  

 

 

Nei bivacchi notturni però il ventre selvaggio e misterioso della valle si colmava di rametti di voci, grida e striduli canti degli uccelli: l’effervescenza della fauna ritrovava la vitalità naturale e sollecitava un quesito molto semplice: quale potrà essere il futuro di questo piccolo mondo fuori dal mondo, marginale e defilato? Nasceva spontanea l’idea di un parco. Ma quale parco? Scevro da elucubrazioni della filosofia ambientalista, pensavo a una triplice funzione. Anzitutto la tutela ambientale, anche se la Val Grande si era ampiamente auto-protetta. Poi, la valenza escursionistica come ricaduta di benefici economici a favore dei paesi contigui, pensando in particolare a Cicogna e Colloro. Terza, più importante, la fruizione del territorio come palestra di educazione ambientale per i giovani. 

I tentativi iniziali

Già alla fine della guerra i parlamentari verbanesi Raffaele Cadorna e Natale Menotti avevano ipotizzato l’istituzione generica di una «foresta o parco» come «un grande monumento da erigere non soltanto alla bellezza della nostra montagna, ma anche a tutti coloro che in quella zona avevano combattuto o vi erano morti durante la liberazione: appunto, la “Val Grande martire”».  

 

 

Nel 1963, in accordo con le autorità forestali, il prof. Mario Pavan dell’università di Pavia e ambientalista ante litteram, ha presentato all’allora ministero dell’Agricoltura e delle Foreste una proposta operativa di salvaguardia. Ne è seguito l’acquisto da parte dello Stato di oltre 8 mila ettari di boschi e alpeggi in Val Grande e in Val Pogallo.  

 

 

Pavan rafforzava la sua idea sul Corriere della Sera aprendo uno squarcio importante su quella porzione di natura selvaggia a due passi da Milano. Una sorta di Eden con «boschi non sfruttati da tempo e una grande ricchezza di boschi naturali». La realtà era diversa. Ma senza una vegetazione lussureggiante la tutela non sarebbe stata proponibile.  

 

 

Impossibile speculare

Lontana da ogni occhio speculativo, inaccessibile e inutilizzabile, nel 1967 nasceva così la Riserva integrale del Pedum. Una primogenitura sull’arco alpino italiano, anche se il decreto sulla Gazzetta ufficiale è apparso solo quattro anni più tardi. Esteso su poco meno di mille ettari, era considerato il regno delle aquile e dei camosci e l’accesso era consentito solo per studio e vigilanza. Esplicitamente «vietata qualsiasi altra attività antropica». È anche un cambiamento epocale per l’amministrazione statale delle foreste: i criteri di produzione lasciano il passo a quelli della conservazione. Poco dopo nascerà la «Riserva orientata del Mottac», meno vincolante. Intanto il concetto di ecologia si va rafforzando nell’opinione pubblica. Il Piemonte istituisce il primo parco regionale del Veglia grazie anche a Lions club Verbania e Italia Nostra novarese. 

 

 

Cristo a Ponte Casletto

La gestazione del parco nazionale è forzatamente lenta. Lo sollecito ripetutamente anche io sui giornali e sul notiziario della Camera di commercio di Novara: «Cristo non si è fermato a Eboli, ma al Ponte Casletto». Il varesino Robi Ronza propone un parco inter-regionale nel 1973. Qualche anno più tardi il consigliere regionale verbanese Nino Carazzoni avanza proposta per un parco naturale di Val Grande. 

 

 

All’inizio degli Anni 80 in un convegno tenuto a Verbania organizzato da Giovanni Francini, presente il ministro dell’Ambiente Valerio Zanone, chiedo l’istituzione del parco nazionale. Intanto la cerchia dei favorevoli va ampliandosi spontaneamente. Decine di escursioni guidate, conferenze e proiezioni ne favorivano la conoscenza. Agli amici della prima ora (come Mario Lambrini, Nino Chiovini e la guida Fernando Danini, sicuramente il maggiore conoscitore della valle) si aggiungevano tanti altri. Il prefetto Sante Corsaro e il presidente della Provincia, Gaudenzio Cattaneo, insieme all’ispettore forestale Pietro Borsetta, compivano la traversata della valle che era diventata un itinerario classico, da Malesco e Premosello. L’avevo percorsa la prima volta negli Anni 60 con Paolo Bologna quando la strada della val Loana terminava alla cappella di Brei. Il sentiero non era segnato, ma visibile. Nella breve piana dell’alpe val Gabbio non stazionavano i vecchi camosci, emarginati dal branco, come accade ora.  

 

 

Nel 1985 l’editore Alberti pubblicava «Val Grande ultimo paradiso» nel quale si esplicitava la proposta del parco. Però ci voleva l’entusiasmo e la passione di Franca Olmi, presidente del Comprensorio Vco e poi primo presidente del parco, per smuovere le acque durante un convegno del 1987, proprio con il titolo «Val Grande ultimo Paradiso». Così la legge quadro del 1991 inseriva nell’elenco dei nuovi parchi nazionali anche questo con la sua specificità «wilderness». 

 

 

L’iter procedurale era stato governato da un comitato e da una commissione composta dall’assessore regionale Bianca Vetrino (cui è succeduto Enrico Nerviani), Roberto Saini, Ermanno De Biaggi, i sindaci Rosalba Boldini di Cossogno e Pier Leonardo Zaccheo di Trontano, Roberto Clemente e il sottoscritto. All’inizio non sono mancate opposizioni, direi fisiologiche e comprensibili. Però nel corso degli anni credo che la bontà del progetto sia stata confortata dai fatti. I flussi escursionistici sono cresciuti progressivamente. Il parco da subito è stato gettonato non solo dagli appassionati lombardi, ma anche da quelli calati in massa dal centro-nord Europa. Già, l’affollamento: mille educati non causano problemi, ma un solo maleducato può essere Attila. 

 

 

Il progetto di sistemazione della rete escursionistica, annunciato dal presidente Massimo Bocci per i 25 anni del parco, permetterà una maggiore fruizione, sperando in un escursionismo rispettoso e, appunto, educato. I sentieri agevoli e sicuri invitano alle soste contemplative, che consentono di cogliere in profondità l’effervescenza dei particolari.  

 

 

La Val Grande non è solo un caleidoscopio della natura, ma un eccezionale museo all’aperto di cultura alpina. Troppo spesso si cammina senza accorgersi delle tracce lasciate dai protagonisti di quella «antropologia dell’estremo» che ha sostanziato la dura vita del passato e che è il valore più importante della valle. Molto più importante e gratificante rispetto anche alla grandiosità dei panorami, alla bellezza dei boschi e al fascino delle acque.  

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